Il futuro del più grande polo siderurgico d’Italia, l’ex Ilva di Taranto, è appeso a un filo. La contesa per la sua acquisizione si è trasformata in una battaglia senza esclusione di colpi tra due giganti internazionali: il gruppo indiano Jindal Steel International e il fondo americano Flacks Group. A scatenare un vero e proprio terremoto nel dibattito pubblico sono state le recenti dichiarazioni di fonti vicine a Flacks, che hanno definito il piano industriale di Jindal un potenziale “suicidio industriale per l’Italia”. L’accusa è pesantissima: il progetto del colosso indiano porterebbe, in tempi brevi, alla chiusura della produzione a caldo a Taranto, con una conseguente emorragia occupazionale stimata in circa 6.000 posti di lavoro.
Il cuore della contesa: bramme dall’Oman e il destino dell’area a caldo
Secondo le fonti vicine a Flacks, il fulcro del piano di Jindal risiederebbe in una strategia che snaturerebbe completamente il ruolo storico e produttivo dello stabilimento tarantino. Il progetto, infatti, prevedrebbe di rifornire progressivamente gli impianti italiani con bramme (semilavorati siderurgici) prodotte negli stabilimenti che il gruppo Jindal possiede in Oman. Questa mossa, secondo gli accusatori, trasformerebbe Taranto da cuore pulsante della siderurgia a ciclo integrale a mero laminatoio, un terminale per la lavorazione di materiali provenienti da migliaia di chilometri di distanza, con il rischio concreto di una progressiva perdita di centralità strategica fino alla chiusura definitiva.
Il gruppo indiano, dal canto suo, ha manifestato l’intenzione di acquisire la maggioranza degli asset, possibilmente con il governo come socio di minoranza, e di voler dismettere la produzione da ciclo integrale entro il 2030. L’investimento proposto ammonterebbe a 1,5 miliardi di euro in Italia, da affiancare ai 3 miliardi già in corso in Oman. Il piano industriale punterebbe sulla costruzione di un forno elettrico da 2 milioni di tonnellate, supportato da una fornitura di 4 milioni di tonnellate annue di bramme a ridotte emissioni di CO2 prodotte, appunto, in Oman. Jindal promette inoltre rapidi passi avanti sul fronte ambientale, con la chiusura delle cokerie sin dal primo giorno di un eventuale passaggio di proprietà.
Le due visioni a confronto
La partita per l’ex Ilva vede contrapporsi due filosofie industriali profondamente diverse. Da un lato, il piano di Jindal sembra orientato a una forte integrazione con le proprie attività produttive in Medio Oriente, puntando su una specializzazione degli impianti italiani nella produzione di acciai speciali per settori come l’automotive, la difesa e le rinnovabili. Dall’altro, il fondo americano Flacks, pur non avendo rivelato tutti i dettagli del suo piano, sembrerebbe orientato a una soluzione che mantenga un ciclo produttivo più integrato in Italia, affiancando due altoforni a nuovi forni elettrici.
Entrambi i contendenti puntano a raggiungere una produzione di circa 6 milioni di tonnellate entro il 2030, ma le modalità per raggiungere tale obiettivo sono radicalmente differenti e con impatti socio-economici potenzialmente divergenti. Mentre il governo, per bocca del Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, assicura che si tratta di una “procedura davvero competitiva” e che verrà esercitato il “golden power” per tutelare l’interesse nazionale, l’occupazione e la transizione ecologica, le preoccupazioni sul territorio e tra le parti sociali restano altissime.
Un contesto complesso: tra sentenze e decarbonizzazione
La sfida per il futuro dell’ex Ilva si inserisce in un quadro estremamente complesso. Sullo sfondo, incombe la sentenza del Tribunale di Milano che impone la chiusura dell’area a caldo entro il 24 agosto 2026 qualora non venissero attuate specifiche prescrizioni ambientali per tutelare la salute dei cittadini. Questa spada di Damocle giudiziaria complica ulteriormente qualsiasi piano di rilancio e ha sollevato interrogativi anche da parte della Commissione Europea riguardo alla capacità dell’azienda di restituire un prestito ponte concesso per garantirne la continuità.
Il tema della decarbonizzazione è un altro nodo cruciale. Il ministro Urso ha sottolineato come la transizione verso un’acciaieria “verde” richieda forni elettrici alimentati a gas, unica tecnologia al momento sostenibile per produrre acciaio senza rinunciare ai volumi necessari per l’industria nazionale. La questione energetica, quindi, si lega indissolubilmente a quella industriale, rendendo la scelta del futuro partner un passaggio strategico per l’autonomia produttiva dell’Italia. In questo scenario, anche le organizzazioni sindacali, come la Cgil, tornano a chiedere un intervento diretto dello Stato nella gestione dell’impresa, una soluzione che, a loro dire, viene rinviata da troppo tempo.
La partita è ancora aperta e i prossimi mesi saranno decisivi. La scelta tra il piano di Jindal e quello di Flacks non determinerà solo il futuro di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie, ma anche il posizionamento strategico dell’Italia nel mercato globale dell’acciaio.
