Torino – Si infiamma lo scontro politico in vista del referendum costituzionale sulla giustizia. Da Torino, a margine di un incontro per il “No”, il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha sferrato un attacco frontale alla premier Giorgia Meloni, accusandola di diffondere “frottole” per convincere gli italiani a votare “Sì”. Un duello a distanza che non si limita ai confini nazionali, ma si estende alla politica estera, con pesanti critiche all’operato del governo su crisi internazionali come quella a Gaza e le tensioni con l’Iran.
L’accusa di Conte: “Un disegno per sopravanzare la magistratura”
Nel cuore del suo intervento, Conte ha definito “parole in libertà” quelle della Presidente del Consiglio, secondo cui una vittoria del “No” al referendum comporterebbe la scarcerazione di “stupratori, spacciatori e pedofili”. “Significa veramente raccontare frottole al Paese”, ha tuonato Conte, sostenendo che il vero e unico scopo della riforma sia quello di “rivendicare il primato della politica” sulla magistratura. Secondo il leader pentastellato, il governo mira a “mettere al riparo il governo e gli amici dalle inchieste della magistratura”, alterando il delicato equilibrio tra i poteri dello Stato. Un disegno che, secondo Conte, riprenderebbe addirittura i piani della loggia massonica P2 per controllare i magistrati.
La riforma in questione, nota come “riforma costituzionale Meloni-Nordio”, introduce modifiche sostanziali all’ordinamento giudiziario, tra cui la separazione delle carriere tra giudici (magistratura giudicante) e pubblici ministeri (magistratura requirente) e una profonda ristrutturazione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Quest’ultimo verrebbe scisso in due distinti Consigli, uno per ciascuna carriera, e verrebbe istituita un’Alta Corte disciplinare. Conte ha criticato in particolare il meccanismo di selezione dei componenti laici dei nuovi organi, sostenendo che il loro sorteggio sia una “finzione” per garantire un controllo politico.
La politica estera nel mirino: da Gaza all’Iran
L’affondo di Giuseppe Conte non si è fermato alla politica interna. Ha infatti tracciato un parallelo tra la dignità che la politica dovrebbe dimostrare in ambito nazionale e quella richiesta sulla scena internazionale. Per Conte, la politica rivendica il suo primato quando “condanna l’attacco degli Stati Uniti all’Iran e la violazione del diritto internazionale, condanna il genocidio a Gaza, condanna l’attacco in Venezuela e anche assicurando alla giustizia internazionale Al Masri”.
Il leader del M5S ha più volte criticato la posizione del governo Meloni, ritenuta troppo attendista e subordinata alle decisioni degli Stati Uniti, in particolare riguardo alla crisi in Medio Oriente. Ha chiesto a gran voce lo “stop al genocidio a Gaza”, sottolineando come l’attenzione mediatica sull’Iran rischi di far dimenticare la tragedia umanitaria in corso nella Striscia. Conte ha inoltre espresso forti perplessità sull’utilizzo delle basi militari italiane in contesti che, a suo dire, violano il diritto internazionale, chiedendo un maggiore protagonismo della diplomazia per la risoluzione dei conflitti.
Il contesto del referendum: una sfida cruciale
Le dichiarazioni di Conte si inseriscono in una campagna referendaria sempre più accesa. Il voto, previsto per il 22 e 23 marzo, è un referendum confermativo: non necessita di un quorum e l’esito sarà determinato dalla maggioranza dei voti espressi. Se prevarrà il “Sì”, la riforma entrerà in vigore, modificando in modo permanente l’assetto della magistratura italiana. In caso di vittoria del “No”, la legge approvata dal Parlamento sarà respinta. I sondaggi mostrano un’Italia spaccata, con il fronte del “No” che appare in crescita, rendendo l’esito finale quanto mai incerto. La premier Meloni è scesa in campo in prima persona per sostenere le ragioni del “Sì”, mentre le opposizioni, guidate da M5S e PD, sono compattamente schierate per il “No”, trasformando la consultazione in un vero e proprio test politico per il governo.
