L’INCHIESTA DELLA DDA DI NAPOLI
Un sodalizio criminale transnazionale capace di fondere le più moderne tecniche di frode informatica con le logiche della camorra per prosciugare i risparmi di decine di vittime e rimpinguare le casse del clan dei Casalesi. È questo l’inquietante scenario svelato da una complessa indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli (procuratore aggiunto Michele Del Prete) che ha portato all’arresto di due persone e all’iscrizione nel registro degli indagati di altri 22 soggetti. L’operazione, condotta dai militari del Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza con il supporto dei comandi provinciali di Caserta e Milano, ha smantellato un’organizzazione che operava agilmente tra l’Italia e la Spagna, mettendo a segno 38 episodi di truffa per un ammontare complessivo di circa 800mila euro.
Al vertice del gruppo criminale, secondo gli inquirenti, si trovavano Pasquale Corvino, 40 anni, e la sua compagna Angela Turco Cirillo, 43 anni. Corvino è ritenuto il promotore e l’organizzatore dell’associazione a delinquere, mentre la compagna agiva come sua diretta collaboratrice, occupandosi materialmente di prelevare i contanti illecitamente sottratti e di investire parte dei proventi in criptovalute per renderne più difficile la tracciabilità. Entrambi, imprenditori casertani del settore automobilistico, sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Napoli con le pesanti accuse di associazione per delinquere e autoriciclaggio, aggravate dall’aver agevolato il clan dei Casalesi.
IL MODUS OPERANDI: UN MIX LETALE DI PHISHING, SMISHING E VISHING
L’organizzazione utilizzava un arsenale di tecniche di ingegneria sociale e frode informatica per accedere ai conti correnti delle vittime, che includevano sia privati cittadini che aziende. Il sistema si basava principalmente su tre metodologie:
- Phishing e Smishing: Le vittime ricevevano email o SMS (smishing) apparentemente inviati dal proprio istituto di credito. Questi messaggi, allarmanti, comunicavano l’esecuzione di bonifici sospetti o altre operazioni anomale, invitando l’utente a cliccare su un link o a contattare un numero di telefono per bloccare le transazioni.
- Vishing: Una volta innescato il panico, entrava in gioco il “vishing” (voice phishing). Un complice si spacciava telefonicamente per un operatore del servizio antifrode della banca e, con abili raggiri e pressioni psicologiche, convinceva la vittima a eseguire un bonifico “di sicurezza” verso un conto corrente che, in realtà, era sotto il controllo dei criminali.
- SIM Swapping: In alcuni casi, il sodalizio utilizzava una tecnica ancora più aggressiva e insidiosa, la duplicazione fraudolenta della SIM telefonica della vittima (SIM swapping). In questo modo, i criminali potevano intercettare gli SMS contenenti le password temporanee (OTP – One Time Password) necessarie per autorizzare le operazioni di home banking, svuotando i conti con bonifici istantanei prima che il legittimo proprietario potesse rendersi conto di nulla.
IL DENARO RUBATO: DAL RICICLAGGIO ALLE CASSE DEL CLAN
Una volta sottratto, il denaro seguiva un percorso studiato per renderne quasi impossibile il recupero. I fondi venivano rapidamente frazionati e trasferiti su altri conti correnti, anche esteri, per poi essere prelevati in contanti. Una parte significativa di questi proventi, secondo le indagini, finiva direttamente nelle casse del clan dei Casalesi, in particolare della fazione Bidognetti, per finanziare le attività illecite e sostenere le famiglie dei detenuti. Si stima che circa il 40% dei guadagni venisse consegnato in contanti a esponenti del clan.
Un’altra parte del denaro veniva invece “ripulita” attraverso l’acquisto di monete virtuali. Angela Turco Cirillo era incaricata di queste operazioni, sfruttando l’anonimato garantito dai portafogli di criptovalute (criptowallets) per occultare l’origine illecita dei fondi.
I LEGAMI CON I CASALESI E GLI ALTRI INDAGATI
L’aggravante mafiosa contestata agli arrestati evidenzia il legame strutturale tra l’organizzazione di truffatori e la storica cosca campana. Tra i 24 indagati totali figurano infatti nomi di spicco, come Nicola Sergio Kader, ritenuto un esponente di vertice della fazione Bidognetti del clan, e il collaboratore di giustizia Vincenzo D’Angelo, genero del boss Francesco Bidognetti, detto “cicciotto di mezzanotte”. Le dichiarazioni di D’Angelo, insieme alla cooperazione internazionale di polizia, sono state fondamentali per ricostruire i flussi di denaro e i legami tra i criminali informatici e la camorra. L’inchiesta ha inoltre portato a perquisizioni in diverse province italiane, tra cui Napoli, Caserta, Modena, Benevento, Potenza e Isernia, a testimonianza della ramificazione territoriale dell’organizzazione.
Le operazioni illecite documentate dagli inquirenti coprono un arco temporale che va dal gennaio 2018 al dicembre 2023, con un volume di bonifici che supera i 766mila euro. Di questi, oltre 143mila euro sono stati prelevati in contanti, più di 167mila trasferiti all’estero e oltre 15mila investiti in Bitcoin e altre criptovalute.
