Una tragedia annunciata che si è consumata tra le mura di un ospedale, lasciando dietro di sé una scia di dolore e interrogativi. Antonio Meglio, l’uomo di 39 anni che la sera del 5 marzo aveva brutalmente aggredito e ferito con un coltello l’avvocatessa 32enne Alessia Viola su un autobus dell’Anm a Napoli, si è tolto la vita. Il suo gesto estremo, compiuto nel reparto di Psichiatria dell’ospedale San Giovanni Bosco dove era ricoverato e piantonato, ha trasformato un grave fatto di cronaca in un dramma complesso, che intreccia disagio psichico, violenza e le criticità del sistema carcerario e sanitario.
L’AGGRESSIONE SUL BUS: VIOLENZA CIECA AL VOMERO
La vicenda ha inizio la sera di giovedì 5 marzo, a bordo dell’autobus della linea 132 che attraversava via Simone Martini, nel cuore del quartiere Vomero. Senza alcun apparente motivo, Antonio Meglio, laureato in giurisprudenza e proveniente da una famiglia stimata del quartiere Pianura, ha estratto un coltello e si è scagliato contro una passeggera, scelta a caso. La vittima, la giovane penalista Alessia Viola, è stata colpita al volto e alle braccia, vivendo minuti di terrore prima che l’intervento dell’autista e dei carabinieri ponesse fine all’incubo. L’aggressore, dopo aver tenuto in ostaggio la donna per circa quindici minuti, è stato arrestato, non prima di aver rischiato il linciaggio da parte della folla inferocita.
Durante l’arresto, Meglio ha urlato frasi sconnesse, invocando il nome del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, e sostenendo di voler attirare la sua attenzione. Alla base del suo stato di alterazione, secondo le prime ricostruzioni, vi sarebbe stata la convinzione di essere vittima di una “truffa amorosa”, per la quale aveva raccolto delle prove in una pen-drive, la stessa che avrebbe poi tentato di usare per autoinfliggersi delle ferite.
DAL CARCERE ALL’OSPEDALE: I SEGNALI INASCOLTATI
Dopo l’arresto, convalidato dal gip che aveva disposto la custodia in carcere, le condizioni psichiche di Antonio Meglio sono apparse subito critiche. Già in caserma e poi nel carcere di Poggioreale, l’uomo ha manifestato chiari intenti suicidi, compiendo atti di autolesionismo come colpirsi la testa contro il muro e tentare di ferirsi con la pen-drive. Questi campanelli d’allarme avevano spinto i medici del penitenziario a richiedere un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) e il suo legale, l’avvocato Gianluca Sperandeo, a sollecitare il ricovero in una struttura sanitaria adeguata.
Trasferito prima all’Ospedale del Mare e poi nel reparto di psichiatria del San Giovanni Bosco, Meglio era costantemente piantonato da sanitari e forze dell’ordine. Una sorveglianza che, tuttavia, non è bastata a scongiurare il peggio. Nella serata di lunedì 9 marzo, intorno alle 21:40, chiedendo di andare in bagno, è riuscito a eludere la vigilanza e a impiccarsi, utilizzando dei tessuti o le lenzuola del letto.
UN’INCHIESTA PER FARE LUCE E LE POLEMICHE SUL SISTEMA
La Procura di Napoli ha immediatamente aperto un’inchiesta sulla morte di Antonio Meglio, disponendo il sequestro della salma e l’autopsia per chiarire ogni aspetto della vicenda. L’indagine dovrà accertare se vi siano state falle nel sistema di sorveglianza e se tutte le procedure siano state rispettate, considerando i precedenti tentativi di suicidio dell’uomo. L’avvocato della famiglia ha annunciato un esposto per fare piena luce sulla gestione della custodia in ospedale, sollevando dubbi anche sul mancato utilizzo di lenzuola di carta, una precauzione solitamente adottata in questi casi.
La morte di Meglio ha riacceso con forza il dibattito sulla gestione dei detenuti con problemi psichiatrici e sulle condizioni generali del sistema carcerario. Il sindacato di polizia penitenziaria Uspp ha parlato di “ennesima tragedia annunciata“, puntando il dito contro il “fallimento delle Rems (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza)“, nate dopo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg). “La polizia penitenziaria non può gestire questi soggetti senza strumenti adeguati“, hanno sottolineato i rappresentanti sindacali Giuseppe Moretti e Ciro Auricchio.
Dati allarmanti arrivano anche dal Garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, che ha ricordato come quello di Meglio sia l’undicesimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno in Italia, il secondo in Campania. “Nelle carceri italiane le persone continuano a morire. E in carcere si muore di malattia, overdose, incuria, abbandono e soprattutto di suicidio“, ha dichiarato Ciambriello, evidenziando una crisi sistemica che richiede interventi urgenti. Un quadro drammatico confermato dai dati del 2024, anno record per i suicidi in carcere, che sottolinea l’urgenza di affrontare il problema del sovraffollamento e della salute mentale dietro le sbarre.
