VENEZIA – Un’ombra lunga e densa si proietta sui canali di Venezia, offuscando i preparativi per la 61/a Esposizione Internazionale d’Arte. Non è la nebbia invernale, ma il fumo acre di una polemica che ha assunto dimensioni internazionali, trasformando uno degli appuntamenti culturali più prestigiosi al mondo in un campo di battaglia diplomatico. Al centro del ciclone, una decisione tanto semplice quanto controversa: la partecipazione della Federazione Russa alla Biennale, una presenza che, a oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, riaccende le tensioni e divide profondamente politica e cultura.

La frattura istituzionale: Giuli contro Buttafuoco

La miccia si è riaccesa durante la presentazione del Padiglione Italia, paradossalmente svoltasi al Ministero della Cultura a Roma. Qui, le posizioni divergenti tra il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il Presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, sono emerse in tutta la loro nettezza. Giuli, con un videomessaggio, ha ribadito la ferma contrarietà del governo italiano, tracciando una linea invalicabile: “Come ministro della Cultura ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente rispetto a quella autocrazia. Quando è scelta dai vertici di uno Stato autocratico, non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica”. Un riferimento diretto a un’arte che, a suo dire, non può essere considerata libera se non si oppone al regime che la promuove, lo stesso che “calpesta ogni giorno la libertà del popolo ucraino”.

Di tutt’altro avviso Buttafuoco, che ha difeso strenuamente l’autonomia della sua istituzione. Ringraziando il ministro per la “diversità di posizione”, ha sottolineato come questa testimoni la forza di un’istituzione che da 130 anni si fonda su “regole, procedure e leggi, perfino quelle internazionali”. Per Buttafuoco, la Biennale è un “sentiero dove chiusura e censura sono ancora una volta fuori dall’ingresso”, un baluardo di dialogo che non può e non deve chiudere le porte. La tensione è culminata con la richiesta di dimissioni da parte di Giuli a Tamara Gregoretti, rappresentante del Ministero nel cda della Fondazione, accusata di non aver informato il dicastero sul suo voto favorevole alla partecipazione russa, minando così il “rapporto di fiducia”.

Il fronte europeo e la minaccia di Bruxelles

La posizione del governo italiano, seppur non firmatario, è ampiamente condivisa a livello europeo. Ben 22 Paesi, Ucraina inclusa, hanno sottoscritto una lettera indirizzata ai vertici della Biennale, definendo la partecipazione russa “inaccettabile nelle attuali circostanze”. La preoccupazione principale è il rischio di “strumentalizzazione” da parte di Mosca, che potrebbe usare la prestigiosa vetrina veneziana per “proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale”. Un’operazione di soft power in netto contrasto con la realtà della guerra e le sanzioni internazionali.

A rincarare la dose è intervenuta direttamente la Commissione Europea. Con una nota firmata dalla vicepresidente Henna Virkkunen e dal commissario alla Cultura Glenn Micallef, Bruxelles ha condannato “fermamente” la decisione, giudicandola “incompatibile con la risposta collettiva dell’UE alla brutale aggressione russa”. La Commissione ha avvertito che, qualora la Biennale non dovesse riconsiderare la sua posizione, è pronta a esaminare “ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione di una sovvenzione dell’Ue in corso alla Fondazione Biennale”, un finanziamento da due milioni di euro.

Le voci della protesta: dalle Pussy Riot all’Ucraina

Il mondo dell’attivismo e dell’arte dissidente non è rimasto a guardare. Il collettivo femminista russo Pussy Riot ha già annunciato proteste, promettendo “resistenza”. Per loro, la diplomazia culturale è ormai uno “strumento di guerra ibrida” del Cremlino. “Se la Russia partecipa alla Biennale, significa che si tratta di una decisione politica dell’Italia”, ha dichiarato la leader Nadya Tolokonnikova, sottolineando che il padiglione non gode di status diplomatico e che la Biennale avrebbe potuto dire “no”. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha espresso la sua indignazione, affermando che una delle più autorevoli piattaforme artistiche mondiali “non deve diventare un palcoscenico per ripulire l’immagine dei crimini di guerra”.

Il Padiglione Italia: un’oasi di riflessione nel caos

In questo clima infuocato, la presentazione del Padiglione Italia, curato da Cecilia Canziani, suona quasi come un invito alla tregua e alla riflessione. Il progetto, intitolato ‘Con te Con tutto’, è incentrato sull’opera dell’artista Chiara Camoni e si propone come una “chiamata a raduno”, un modo per “ripensare la nostra esistenza attraverso materia, relazione, ascolto e collaborazione”. La curatrice lo descrive come un’installazione unica che trasforma il padiglione in un “paesaggio in trasformazione”, dove i visitatori sono invitati a uno scambio reciproco con le opere. Le sculture di Camoni, realizzate con materiali tradizionali come la terracotta, esplorano l’ibridazione tra mondo animale, umano e sacro, creando un’atmosfera che invita a rallentare, un gesto quasi radicale nel flusso frenetico della Biennale. Un progetto che, nelle intenzioni, si pone in sintonia con il tema generale della Biennale, ‘In Minor Keys’, scelto dalla compianta curatrice Koyo Kouoh.

Buttafuoco ha colto l’occasione anche per smorzare un’altra polemica, quella sulla presunta “assenza degli italiani” dalla manifestazione, spiegando che la prematura scomparsa della curatrice ha impedito la realizzazione di un tour che avrebbe coinvolto artisti e sovrintendenti di importanti teatri italiani, e rivendicando l’eccellenza assoluta del progetto scelto per il Padiglione Italia.

Mentre la data di apertura del 9 maggio si avvicina, la Biennale di Venezia si trova a un bivio. Da un lato, la difesa di un’autonomia culturale che si vuole al di sopra dei conflitti politici; dall’altro, la pressione di un mondo che chiede a gran voce che l’arte prenda una posizione netta di fronte alla guerra e alla violazione dei diritti umani. La laguna, specchio di secolare bellezza, riflette oggi un’immagine incerta, interrogando la coscienza di artisti, curatori, politici e visitatori sul ruolo e la responsabilità della cultura nel nostro tempo.

Di euterpe

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