Venezia si prepara ad ospitare la 61ª edizione della sua prestigiosa Esposizione Internazionale d’Arte, ma l’atmosfera è tutt’altro che serena. A gettare un’ombra sull’evento, che si aprirà il 9 maggio 2026, è la controversa decisione di riammettere la Russia, assente dalle ultime edizioni a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Una scelta che ha scatenato un vero e proprio caos istituzionale e diplomatico, mettendo in rotta di collisione il Governo italiano, la Fondazione La Biennale di Venezia e le istituzioni europee.
Lo scontro istituzionale: Giuli contro Gregoretti
Il cuore della polemica nazionale risiede nello scontro frontale tra il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e la rappresentante del suo stesso ministero nel Consiglio di Amministrazione della Biennale, Tamara Gregoretti. Il Ministro ha chiesto formalmente le dimissioni della consigliera, accusandola di essere venuta meno al “rapporto di fiducia”. La colpa di Gregoretti, secondo il MiC, sarebbe quella di non aver avvisato né della possibile presenza russa né del suo successivo voto favorevole, pur consapevole della “sensibilità internazionale della questione”.
La risposta di Tamara Gregoretti non si è fatta attendere. Con fermezza, ha dichiarato: “Sono serena e non ho intenzione di dimettermi, in quanto sono certa di muovermi in osservanza dello Statuto della Biennale di Venezia e dell’autonomia dell’istituzione, in base a cui i componenti del Cda non rappresentano coloro che li hanno nominati, né a essi rispondono”. Una presa di posizione che sottolinea la complessa architettura giuridica della Fondazione, la cui autonomia è un punto nevralgico della vicenda.
La difesa della Biennale e la linea di Buttafuoco
Il Presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, pur mantenendo un profilo basso nelle fasi più accese dello scontro, ha costantemente difeso l’autonomia dell’istituzione. La posizione della Biennale è chiara: sono i Paesi riconosciuti dalla Repubblica Italiana a chiedere autonomamente di partecipare. Nel caso specifico della Russia, essendo proprietaria del proprio padiglione ai Giardini fin dal 1914, la procedura si riduce a una semplice comunicazione di partecipazione. Buttafuoco ha rivendicato la vocazione della Biennale come luogo di dialogo e di incontro, un’istituzione che da 130 anni rifiuta “chiusura e censura”. In un tentativo di smorzare le polemiche, ha inoltre annunciato iniziative dedicate ai dissidenti, tra cui la commemorazione della “Biennale del Dissenso” del 1977, per dare spazio a voci critiche verso i regimi, inclusa la Russia.
La reazione internazionale: l’Unione Europea e la minaccia sui fondi
La questione ha rapidamente superato i confini nazionali, provocando una dura reazione da parte dell’Unione Europea. La Commissione Europea ha condannato fermamente la decisione, definendola “non compatibile con la risposta collettiva dell’Ue alla brutale aggressione russa”. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e il commissario alla Cultura Glenn Micallef hanno sottolineato come la cultura non debba mai essere “utilizzata come piattaforma per la propaganda”.
La minaccia più concreta, però, riguarda i finanziamenti. Bruxelles ha avvertito che, se la Biennale confermerà la partecipazione russa, potrebbe sospendere o risolvere il contratto di sovvenzione da due milioni di euro, erogato nell’ambito del programma Creative Europe Media. Il portavoce della Commissione, Thomas Regnier, ha spiegato che verrà verificato se la Fondazione abbia violato gli standard etici e i valori dell’UE previsti dall’accordo.
A questa posizione si è unita una lettera sottoscritta dai ministri della Cultura e degli Esteri di 22 Paesi membri, Ucraina inclusa, che hanno esortato la Biennale a riconsiderare la sua decisione, definendo la presenza russa “inaccettabile” nelle circostanze attuali.
Il dibattito politico in Italia: un fronte diviso
In Italia, la vicenda ha acceso un infuocato dibattito politico, spaccando la stessa maggioranza di governo.
- Il presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (Fratelli d’Italia), ha auspicato un “ripensamento” da parte della Biennale, sostenendo che nel padiglione russo non vi potrebbe essere libera espressione artistica, ma solo “arte di Stato”.
- Di parere opposto Matteo Salvini (Lega), che ha annunciato la sua presenza a Venezia a maggio, sottolineando come “la cultura – così come lo sport – esprime un messaggio universale di unione”.
- Le opposizioni, con Pd e M5s, si sono schierate a sostegno dell’autonomia della Biennale e del suo presidente Buttafuoco, criticando la “gestione caotica della Cultura” da parte del ministro Giuli.
- Anche il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, è intervenuto affermando: “Si condanna la guerra ma non si censura la cultura”.
La polemica sulla partecipazione della Russia alla Biennale Arte 2026 è molto più di una disputa culturale. È diventata un caso geopolitico che interroga sul ruolo dell’arte nei conflitti, sull’autonomia delle istituzioni culturali rispetto al potere politico e sui valori che l’Europa intende difendere. Mentre Venezia si avvicina all’inaugurazione, il mondo osserva, in attesa di capire se prevarrà la diplomazia culturale o la ferma condanna politica.
