La complessa e lunga vicenda giudiziaria nota come Ruby ter si arricchisce di un nuovo, significativo capitolo. È stato infatti fissato per il 28 maggio prossimo, davanti alla seconda sezione penale della Corte d’Appello di Milano, il processo di secondo grado a carico di 22 imputati. Tra questi figurano nomi noti alle cronache, come Karima El Mahroug, meglio conosciuta come Ruby, e le cosiddette “olgettine”, le giovani ospiti delle serate ad Arcore. L’accusa centrale rimane quella, grave, di corruzione in atti giudiziari.
Questa nuova fase processuale scaturisce direttamente da una decisione della Corte di Cassazione, che ha annullato la sentenza di assoluzione emessa nel febbraio 2023 dal Tribunale di Milano. In quella occasione, tutti gli imputati, compreso l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (deceduto nel giugno dello stesso anno), erano stati scagionati. I pubblici ministeri Tiziano Siciliano (ora in pensione) e Luca Gaglio avevano però deciso di impugnare la sentenza, presentando ricorso direttamente in Cassazione, una mossa che si è rivelata decisiva.
L’errore giuridico al centro della decisione della Cassazione
La Suprema Corte, nelle motivazioni depositate nel gennaio 2025, ha messo nero su bianco l’esistenza di un “vizio”, un errore giuridico che ha “inficiato l’intero ragionamento” della sentenza di primo grado. Il nodo della questione, squisitamente tecnico-giuridico, ruota attorno alla qualifica delle ragazze sentite come testimoni nei processi “Ruby 1” e “Ruby bis”.
Secondo i giudici del Tribunale di Milano, le giovani donne avrebbero dovuto essere considerate fin da subito come indagate, e non come semplici testi. Questo perché, a loro avviso, esistevano già sufficienti “indizi” sui versamenti di denaro che avrebbero ricevuto da Berlusconi. Di conseguenza, avrebbero dovuto essere ascoltate con l’assistenza di un legale e con la facoltà di non rispondere, garanzie previste per gli indagati. La loro testimonianza, resa senza queste tutele, è stata quindi ritenuta inutilizzabile, facendo crollare l’intero impianto accusatorio.
Le “coordinate” della Suprema Corte per il nuovo processo
La Cassazione ha però ribaltato questa interpretazione. I giudici ermellini hanno spiegato, in 26 pagine di motivazioni, che il reato di corruzione in atti giudiziari non poteva essere contestato alle ragazze prima che assumessero formalmente la qualifica di pubblico ufficiale. E tale qualifica, secondo la Suprema Corte, è stata acquisita solo nel momento in cui sono state ammesse come testimoni nei processi, ovvero nel novembre 2011.
In sostanza, prima di quel momento, non essendo ancora pubblici ufficiali nell’ambito di quel procedimento, non potevano essere corrotte per rendere una falsa testimonianza. L’accordo corruttivo, se esistito, si sarebbe perfezionato solo con l’acquisizione di tale status. La Cassazione ha quindi annullato le assoluzioni per il reato di corruzione, fornendo ai giudici d’appello le “coordinate del ragionamento giuridico” da seguire. Ha invece dichiarato prescritte le accuse di falsa testimonianza.
Gli scenari futuri: l’incognita della prescrizione
Il nuovo processo d’appello, presieduto dal giudice Enrico Manzi, dovrà quindi ripartire da questi presupposti. La Corte d’Appello di Milano sarà chiamata a ricostruire i fatti per “verificare la configurabilità dell’ipotizzata corruzione in atti giudiziari”. Tuttavia, anche su questo capo d’imputazione incombe l’ombra della prescrizione, un fattore che potrebbe avere un peso determinante sull’esito finale del procedimento. Il tempo trascorso dai fatti, che risalgono a oltre un decennio fa, gioca un ruolo cruciale nella complessa partita processuale che si appresta a ricominciare.
La vicenda giudiziaria, che ha avuto inizio con le indagini sulle serate nella villa di Arcore e si è sviluppata in molteplici filoni (Ruby, Ruby bis e Ruby ter), è lontana dalla sua conclusione. Questo nuovo processo rappresenta un passaggio fondamentale per definire le responsabilità penali in una delle storie più complesse e dibattute della cronaca italiana recente.
