MILANO – L’economia globale osserva con il fiato sospeso l’inarrestabile corsa del prezzo del petrolio, che ha superato stabilmente la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, toccando i massimi dal 2022. A innescare questa fiammata è la crisi geopolitica nel Golfo Persico, culminata con il blocco dello Stretto di Hormuz e una serie di attacchi mirati a infrastrutture energetiche cruciali. In questo scenario di alta tensione, le principali economie mondiali cercano contromisure: i ministri delle finanze del G7, infatti, si riuniranno oggi in un vertice d’emergenza per discutere un possibile rilascio coordinato delle riserve strategiche di greggio, una mossa volta a frenare la volatilità e a rassicurare i mercati.
Le cause della crisi: Hormuz, un’arteria vitale bloccata
La situazione è precipitata con la chiusura dello Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo di importanza capitale per il commercio energetico mondiale. Attraverso questo “imbuto” transita circa un quinto di tutto il petrolio commercializzato globalmente e una quota significativa del gas naturale liquefatto (GNL). Il blocco, di fatto, paralizza una delle arterie principali dell’economia planetaria, con ripercussioni immediate e potenzialmente devastanti. A peggiorare il quadro contribuiscono i recenti attacchi, anche tramite droni, contro impianti petroliferi e di stoccaggio nel Golfo, che hanno aumentato la percezione del rischio e la vulnerabilità delle infrastrutture critiche. Compagnie come Saudi Aramco e QatarEnergy hanno dovuto fronteggiare minacce dirette, costringendo a sospensioni della produzione e chiusure di raffinerie.
La reazione dei mercati: WTI e Brent alle stelle
I mercati finanziari hanno reagito con un’ondata di acquisti sul petrolio, spingendo le quotazioni a livelli che non si vedevano da anni. Nelle ultime ore, il West Texas Intermediate (WTI), il benchmark di riferimento per il mercato statunitense, ha registrato un balzo del 15%, attestandosi a 104,9 dollari al barile. Ancora più marcato l’aumento del Brent, il greggio di riferimento per l’Europa e il resto del mondo, che ha segnato un +17% volando a 108,5 dollari. Questo rally riflette i timori degli operatori per una possibile, prolungata interruzione delle forniture in un mercato già teso.
L’impatto non si limita al greggio. Anche il prezzo del gas naturale in Europa ha subito un’impennata, con l’hub olandese TTF che ha visto i prezzi salire di oltre il 30%. La crisi logistica ha inoltre portato i costi di noleggio delle superpetroliere a livelli record.
La risposta del G7: sul tavolo le riserve strategiche
Di fronte a questa escalation, le principali potenze economiche stanno valutando una risposta coordinata. Secondo quanto riportato dal Financial Times, i ministri delle finanze di Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada terranno oggi una riunione di emergenza. Sul tavolo, la proposta di un rilascio congiunto di petrolio dalle riserve strategiche nazionali, un meccanismo di emergenza gestito in coordinamento con l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE). L’obiettivo è immettere liquidità nel mercato per calmierare i prezzi e mitigare l’impatto sull’economia globale, che rischia una nuova ondata inflazionistica.
Gli Stati Uniti, in particolare, sembrano favorevoli a questa opzione, con fonti che parlano di un possibile rilascio di 300-400 milioni di barili, una quota significativa delle riserve totali dei membri AIE. Il presidente americano Donald Trump, sotto pressione per l’aumento dei costi energetici, ha tentato di rassicurare i mercati, affermando che il prezzo del petrolio “calerà rapidamente”.
Implicazioni globali: dall’inflazione alla geopolitica
Le conseguenze di questa crisi vanno ben oltre il prezzo alla pompa. Un aumento prolungato del costo del greggio rischia di alimentare l’inflazione a livello globale, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e aumentando i costi di produzione per le imprese. L’Italia, in particolare, la cui economia è fortemente dipendente dall’import di energia e dalle esportazioni, risente direttamente di questa instabilità. Circa il 13-15% del fabbisogno energetico nazionale transita proprio per lo Stretto di Hormuz.
La crisi ha anche profonde implicazioni geopolitiche. Mette in luce la fragilità delle catene di approvvigionamento globali e il ruolo strategico dei “colli di bottiglia” marittimi. Inoltre, la situazione nel Golfo si inserisce in una più ampia competizione tra potenze globali, in particolare tra Stati Uniti e Cina. Pechino, infatti, importa una quota enorme del suo fabbisogno energetico proprio dai paesi del Golfo, rendendo la sua sicurezza energetica vulnerabile a blocchi come quello attuale.
Gli analisti concordano su un punto: la durata del conflitto e del blocco sarà l’elemento chiave per determinare l’entità dello shock economico. Mentre i leader del G7 cercano una soluzione tampone, l’incertezza rimane l’unica certezza in un mercato energetico globale entrato in una fase di altissima tensione.
