Il mondo della cultura e del cinema italiano piange la scomparsa di Giorgio Gosetti, critico cinematografico, giornalista e instancabile operatore culturale, venuto a mancare a Roma. La sua è stata una vita interamente dedicata alla settima arte, come fondatore e direttore di festival prestigiosi quali il Noir in Festival e le Giornate degli Autori a Venezia, e come firma autorevole dell’ANSA. Il suo ultimo articolo, quasi un testamento spirituale, è un’appassionata riflessione dedicata al cinema iraniano e alla forza indomita delle sue donne, un tributo che acquista oggi un valore ancora più profondo.

Nel suo pezzo finale, Gosetti pone l’accento su un’opera emblematica, “Scalfire la roccia” (titolo originale: “Cutting Through Rocks”), distribuita in Italia dalla coraggiosa Wanted Cinema in concomitanza con la Giornata Internazionale della Donna. Questo potente documentario, opera prima dei registi Sara Khaki e Mohammadreza Eyni, è un ritratto veritiero e toccante di una donna che incarna la resilienza e il desiderio di cambiamento.

“Scalfire la roccia”: la storia di Sara, un simbolo di emancipazione

Il film racconta la storia vera di Sara Shahverdi, una donna di 37 anni, ex ostetrica, divorziata e motociclista, che vive in un conservatore villaggio rurale nel nord-ovest dell’Iran. In un contesto dove il patriarcato detta legge e le donne sono relegate a un ruolo subalterno, costrette spesso a matrimoni infantili e private di diritti fondamentali, Sara decide di rompere le convenzioni. Si candida al consiglio comunale e, contro ogni previsione, vince con una valanga di voti, diventando la prima donna eletta in quella comunità.

La sua vittoria non è un punto di arrivo, ma l’inizio di una battaglia ancora più dura. Sara si batte per i diritti delle donne: il diritto di guidare una moto, di esprimere le proprie idee, di possedere una casa, di rifiutare la legge non scritta delle spose bambine. Il suo programma, tanto rivoluzionario quanto normale agli occhi di una società libera, si scontra con l’ostilità del sistema, la diffidenza e le accuse che mirano a delegittimarla. Ma Sara, come suggerisce il titolo del film, è una donna forte come una roccia, capace di aggirare gli ostacoli con tenacia e intelligenza. Il documentario, che ha richiesto sette anni di riprese, cattura questa lotta quotidiana senza artifici, mostrando la realtà di una donna che avanza, cade, si rialza e continua a combattere per sé e per la sua comunità.

L’opera ha ottenuto un eccezionale riconoscimento internazionale, vincendo il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2025 e ottenendo la candidatura come primo documentario iraniano nella storia agli Oscar 2026. Un trionfo che porta alla luce non solo una storia individuale, ma il simbolo di un’intera cinematografia che dà voce alla realtà femminile che il regime iraniano tenta di soffocare.

Una filmografia del coraggio: le donne nel cinema iraniano

La riflessione di Gosetti si allarga, tracciando una genealogia del cinema iraniano al femminile, un cinema che, nonostante la censura e le restrizioni imposte dalla rivoluzione islamica del 1979, ha saputo raccontare con forza e poesia la condizione della donna.

Un percorso che parte da lontano e che include figure pioniere come Samira Makhmalbaf. Figlia d’arte, a soli 17 anni dirige “La mela” (1998), basato sulla storia vera di due sorelle segregate in casa per anni, presentato con successo a Cannes. Con le opere successive, come “Lavagne” (2000) e “Alle cinque della sera” (2003), continua a esplorare il tema della libertà negata e del diritto all’istruzione, diventando una delle voci più premiate della sua generazione.

Il racconto prosegue con artiste costrette all’esilio, che hanno trasformato la loro arte in una forma di resistenza. Shirin Neshat, con le sue fotografie e i suoi video di impatto globale, e Marjane Satrapi, che con la graphic novel autobiografica e il film d’animazione “Persepolis” (2007) ha raccontato al mondo l’Iran post-rivoluzionario visto attraverso gli occhi di una bambina, sono esempi lampanti di questa diaspora creativa.

Lo sguardo dei maestri e la forza del documentario

Gosetti sottolinea come anche grandi registi uomini abbiano dedicato opere memorabili alle figure femminili. Jafar Panahi, cineasta perseguitato dal regime e più volte incarcerato, ha vinto il Leone d’Oro a Venezia nel 2000 con “Il cerchio”, un film corale sui destini di un gruppo di donne detenute. In “Offside” (2006) ha raccontato con ironia e partecipazione il tentativo di alcune ragazze di entrare allo stadio per vedere una partita di calcio, un gesto semplice ma proibito. Anche nelle sue opere più recenti, realizzate in condizioni di semi-clandestinità, le donne sono protagoniste di una resistenza silenziosa e tenace.

Un altro maestro, Asghar Farhadi, ha conquistato due volte l’Oscar per il Miglior Film Straniero con capolavori che analizzano le complesse dinamiche della coppia e della società iraniana. Sia in “Una separazione” (2011) che ne “Il cliente” (2016), le figure femminili sono il perno morale di storie che svelano le contraddizioni e le ipocrisie di un intero sistema sociale.

Infine, l’articolo menziona l’importanza crescente del documentario come strumento di verità. Opere come “Radiografia di una famiglia” di Firouzeh Khosrovani, che attraverso la sua storia familiare racconta la frattura tra laicismo e ideologia islamica nell’Iran moderno, mostrano la capacità di questo linguaggio di intrecciare memoria personale e storia collettiva.

L’ultimo pensiero di Giorgio Gosetti è un omaggio alla vitalità di un cinema che, in presa diretta con la realtà, senza retorica, continua a stupire ed emozionare. Un cinema dove le donne non sono solo vittime, ma eroine del quotidiano, combattenti silenziose la cui forza, come quella di Sara Shahverdi, riesce a “scalfire la roccia” della tirannia e dell’ingiustizia.

Di euterpe

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