Le strade del centro di Tunisi sono state nuovamente teatro di una mobilitazione che intreccia solidarietà internazionale e tensioni interne. Un gruppo di attivisti ha sfilato da Place de la République, conosciuta anche come Passage, fino al cuore pulsante della capitale, l’Avenue Habib Bourguiba, in una manifestazione dalle molteplici anime: sostegno alla Palestina e all’Iran da un lato, e protesta contro una percepita stretta repressiva da parte delle autorità tunisine dall’altro. Al centro della contesa, vi è il recente fermo di almeno cinque membri tunisini della “Global Sumud Flotilla”, un’iniziativa internazionale che si propone di portare aiuti umanitari a Gaza.

La duplice anima della protesta

L’iniziativa, promossa da diverse organizzazioni tra cui la Commissione nazionale per il sostegno alla resistenza in Palestina, la Rete tunisina contro il sistema della normalizzazione e la stessa Sumud Flotilla, era stata inizialmente convocata come una marcia di solidarietà con il popolo iraniano contro quella che gli organizzatori hanno definito una “aggressione americano-sionista”. Tuttavia, gli eventi degli ultimi giorni hanno inevitabilmente spostato il focus della protesta. La richiesta di liberazione degli attivisti arrestati è diventata un punto centrale della manifestazione, denunciando quello che viene percepito come un giro di vite sulle attività di sostegno alla causa palestinese in Tunisia.

Questa manifestazione si inserisce in un contesto di crescente tensione. Nei giorni precedenti, infatti, le autorità tunisine avevano già vietato o ostacolato altre iniziative pubbliche legate alla campagna pro-Gaza. Tra queste, il blocco di un sit-in a Sidi Bou Said, pensato per rendere omaggio ai lavoratori portuali che avevano supportato la flottiglia in passato, e il divieto di un evento al cinema Le Rio, nel centro di Tunisi.

L’inchiesta sulla “Sumud Flotilla”: le accuse e la difesa

Il fermo dei cinque attivisti, tra cui figure note come Wael Naouar, Jawaher Channa, Nabil Chennoufi, Sanaa Msahli e Mohamed Amine Bennour, è avvenuto nell’ambito di un’inchiesta avviata dalla Guardia Nazionale tunisina. Le accuse sono gravi e riguardano presunte irregolarità finanziarie: si parla di appropriazione indebita, frode e riciclaggio di denaro legato alla raccolta fondi e alle donazioni per il movimento. L’unità specializzata in crimini finanziari complessi sta cercando di fare luce sull’origine dei finanziamenti e sul loro effettivo utilizzo, per verificare che non siano stati deviati per scopi personali o illeciti.

La reazione degli organizzatori della Flotilla non si è fatta attendere. Essi denunciano una “campagna di pressione” e un’escalation “profondamente preoccupante”, che si allontana dalla lunga tradizione di solidarietà della Tunisia verso il popolo palestinese. Per decenni, sostengono, la Tunisia è stata un “faro di coraggiosa solidarietà con la Palestina”. Il movimento ha quindi richiesto un “chiarimento immediato” e il “rapido rilascio” degli attivisti, ribadendo la ferma intenzione di continuare la propria missione: “Navigheremo di nuovo per sfidare l’assedio su Gaza”.

Wael Naouar, una delle figure centrali dell’inchiesta, era già noto per la sua partecipazione a incontri con rappresentanti di Hamas e altre fazioni palestinesi, nonché al funerale del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Il contesto tunisino: un sostegno storico alla Palestina messo in discussione?

La Tunisia ha storicamente mantenuto una posizione di forte sostegno alla causa palestinese, rifiutando ogni forma di normalizzazione dei rapporti con Israele. Il presidente Kais Saied ha definito la normalizzazione un “alto tradimento”. Di recente, il parlamento tunisino ha discusso una legge per criminalizzare qualsiasi tipo di relazione con Israele, prevedendo pene severe che possono arrivare fino all’ergastolo. Questa posizione, radicata nel sentimento popolare, ha visto migliaia di tunisini scendere in piazza a più riprese per manifestare il proprio appoggio a Gaza.

Tuttavia, gli ultimi avvenimenti sembrano indicare una possibile incrinatura in questo fronte compatto. L’inchiesta sulla Flotilla, avviata proprio dalle autorità di un paese storicamente pro-palestinese, solleva interrogativi. Mentre gli attivisti denunciano una manovra politica per silenziare il dissenso, le autorità portano avanti un’indagine su reati finanziari che, se confermati, getterebbero un’ombra pesante sull’integrità del movimento. La vicenda si colloca in un quadro complesso, dove la tradizionale solidarietà politica si scontra con la necessità di trasparenza e legalità nella gestione dei fondi umanitari.

Di atlante

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