TEHERAN – In un significativo discorso trasmesso dalla televisione di Stato, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sorpreso la comunità internazionale porgendo le sue scuse ai Paesi vicini per gli attacchi lanciati dall’Iran nel corso dell’acceso conflitto con Israele e Stati Uniti. “Mi scuso con i paesi vicini che sono stati attaccati dall’Iran”, ha dichiarato Pezeshkian, segnando un potenziale, anche se complesso, cambio di rotta nella strategia di Teheran.
Questa apertura diplomatica arriva in un momento di estrema delicatezza per la Repubblica Islamica, scossa dalla recente uccisione della sua Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, avvenuta la settimana scorsa in un attacco attribuito a Stati Uniti e Israele. La scomparsa di una figura così centrale ha innescato una fase di transizione istituzionale gestita da un Consiglio di leadership ad interim, che si trova ora a navigare in acque agitate, sia sul fronte interno che su quello internazionale.
La nuova direttiva del Consiglio di Leadership
Il cuore dell’annuncio di Pezeshkian risiede in una nuova direttiva approvata dal Consiglio di leadership ad interim. “Il Consiglio di leadership ad interim ha concordato ieri che non verranno più effettuati attacchi contro i Paesi vicini e che non verranno lanciati missili a meno che un attacco all’Iran non provenga da quei Paesi”, ha spiegato il presidente. Questa decisione sembra voler rassicurare le nazioni del Golfo, finite nel fuoco incrociato dei raid di ritorsione iraniani diretti contro basi e interessi americani nella regione.
Dall’inizio delle ostilità, infatti, droni e missili iraniani hanno colpito diversi Paesi confinanti, tra cui Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita, causando danni a infrastrutture critiche come raffinerie, aeroporti e persino hotel di lusso. Sebbene Teheran abbia sempre sostenuto di mirare esclusivamente a obiettivi militari statunitensi, le nazioni colpite hanno contestato questa versione, lamentando vittime e danni significativi.
Un doppio messaggio: distensione e fermezza
Nonostante il tono conciliante, il discorso di Pezeshkian ha mantenuto una linea di ferma intransigenza nei confronti dei principali avversari. Il presidente ha ribadito con forza che l’Iran “non si arrenderà mai agli Stati Uniti e a Israele”. Rispondendo a una proposta del presidente americano Donald Trump, che aveva chiesto una “capitolazione senza condizioni” per porre fine alla guerra, Pezeshkian ha affermato: “I nemici devono portare con sé nella tomba il desiderio di resa del popolo iraniano”. Questo doppio registro, che unisce un’offerta di de-escalation regionale a una retorica di resistenza nazionale, riflette la complessa dinamica interna al potere iraniano.
Da un lato, c’è la necessità di allentare la pressione diplomatica ed evitare un isolamento totale nel mondo arabo. Dall’altro, la leadership ad interim deve mostrare compattezza e determinazione per consolidare la propria posizione dopo la morte di Khamenei e di fronte a un’opinione pubblica provata dal conflitto.
Il contesto: una leadership in transizione
La morte della Guida Suprema ha rappresentato un evento senza precedenti per la Repubblica Islamica, aprendo una delicata fase di successione. In base alla Costituzione iraniana, in caso di vacanza della massima carica, i poteri vengono temporaneamente assunti da un Consiglio di leadership ad interim. Questo organo collegiale è composto dal Presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, dal Capo della Magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, e da un giurista religioso, l’Ayatollah Alireza Arafi. Il loro compito è garantire la continuità dello Stato fino all’elezione di una nuova Guida Suprema da parte dell’Assemblea degli Esperti.
Pezeshkian, considerato un riformista moderato, si trova a governare in una congiuntura eccezionale, caratterizzata da una crisi militare e da un vuoto di potere al vertice. La sua elezione nel 2024 aveva già segnalato un desiderio di cambiamento, ma i suoi poteri restano limitati dall’influenza delle Guardie Rivoluzionarie e dall’establishment conservatore. Le sue scuse ai vicini arabi potrebbero quindi essere interpretate come un tentativo di imprimere una nuova direzione alla politica estera, più pragmatica e meno isolazionista.
Le reazioni e le incognite future
Le parole di Pezeshkian sono state accolte con scetticismo da parte degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha commentato su Truth che la promessa dell’Iran è solo il risultato “dell’inesorabile attacco degli Stati Uniti e di Israele”. Inoltre, nonostante le dichiarazioni, alcuni attacchi sono proseguiti nelle ore successive, come a Dubai, dove si è registrata una vittima, e in Bahrein, sollevando dubbi sulla reale tenuta della nuova linea politica e sull’unità di comando all’interno dell’establishment iraniano.
Il conflitto ha avuto anche pesanti ripercussioni economiche. Il prezzo del greggio ha superato i 90 dollari al barile e Paesi come il Kuwait hanno dovuto tagliare la produzione di petrolio per precauzione. La Borsa di Teheran è stata chiusa fino a nuovo avviso, a testimonianza della grave crisi che attraversa il Paese.
Il futuro rimane incerto. La mossa di Pezeshkian potrebbe rappresentare un primo passo verso una de-escalation o rivelarsi un semplice aggiustamento tattico in una guerra che rischia di allargarsi ulteriormente. Molto dipenderà dagli equilibri di potere che si consolideranno a Teheran e dalla capacità del Consiglio di leadership ad interim di controllare tutte le fazioni militari e politiche del Paese.
