In un intervento tanto netto quanto critico, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha tracciato una linea invalicabile sulla crisi in Medio Oriente, definendo l’attacco militare sferrato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran “una azione militare unilaterale che viola il diritto internazionale e che va fermata subito“. In una lunga intervista rilasciata al quotidiano Il Manifesto, la leader dell’opposizione non ha usato mezzi termini per delineare la posizione che un governo a guida PD avrebbe assunto, contrapponendola duramente all’atteggiamento, a suo dire silente e ambiguo, dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

LA POSIZIONE DEL PARTITO DEMOCRATICO: “CHIAMARE LE COSE COL LORO NOME”

La premessa di Schlein è chiara: la prima mossa sarebbe stata quella di “chiamare le cose col loro nome”. Un’azione di guerra “illegale” che richiede una risposta immediata e focalizzata sul “cessate il fuoco” e sulla riapertura dei “canali diplomatici”. La segretaria dem ha inoltre puntualizzato la necessità di fermare contestualmente “le ritorsioni indiscriminate del regime iraniano”, sottolineando un approccio che, pur condannando fermamente il regime di Teheran, non giustifica azioni militari al di fuori della legalità internazionale. “Siamo a fianco del popolo iraniano che deve essere protagonista della transizione democratica, e abbiamo sempre condannato il regime sanguinario”, ha ribadito Schlein, ricordando la partecipazione del suo partito alle manifestazioni del movimento ‘Donna, vita, libertà’ dal 2022.

CRITICHE AL GOVERNO MELONI: “UN SILENZIO INACCETTABILE”

Il fulcro dell’attacco di Schlein è rivolto al governo italiano e, in particolare, alla Premier Giorgia Meloni, definita “l’unico premier europeo di cui, dopo una settimana, non si conosce il giudizio politico“. Un silenzio che, secondo la segretaria, un “grande paese come l’Italia, con la sua tradizione diplomatica in Medio Oriente, non può permettersi”. L’esempio virtuoso citato è quello del premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha espresso una posizione netta con un semplice “No alla guerra”. Sánchez ha infatti condannato esplicitamente l’azione militare e ha vietato l’utilizzo delle basi militari di Rota e Morón per operazioni collegate all’attacco. Questa decisione ha suscitato forti reazioni da parte dell’amministrazione Trump, che ha minacciato ritorsioni commerciali.

Anche le comunicazioni in Parlamento del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, non hanno soddisfatto l’opposizione. Schlein ha osservato che “se un ministro pensa che la guerra vada fermata, per prima cosa dovrebbe dirlo. E indicare le cause che l’hanno scatenata: l’azione di Trump e Netanyahu, che in Parlamento non sono mai stati nominati dalla destra”. In effetti, solo dopo le proteste delle opposizioni, Crosetto ha definito l’attacco “fuori dalle regole del diritto internazionale”. Il governo ha comunque chiarito che l’Italia “non è in guerra e non vuole entrare in guerra” e che al momento non è pervenuta alcuna richiesta formale dagli USA per l’uso delle basi per missioni di combattimento.

LA QUESTIONE DELLE BASI USA IN ITALIA

Un punto non negoziabile per il Partito Democratico è l’utilizzo delle basi militari statunitensi presenti sul territorio italiano. “Il governo deve escludere qualsiasi autorizzazione all’uso delle basi Usa in Italia“, ha affermato con forza Schlein, respingendo la posizione attendista di Crosetto. Per la segretaria dem, non si tratta di attendere una richiesta per poi discuterla in Parlamento, ma di affermare un “no” preventivo e incondizionato, in ossequio all’articolo 11 della Costituzione che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

  • Posizione del Governo: Il Ministro Crosetto ha dichiarato che non sono arrivate richieste e che, in caso, si rivolgerebbe al Parlamento. La premier Meloni ha confermato questa linea, assicurando che ogni decisione avverrà nel rispetto degli accordi bilaterali del 1954 e con il coinvolgimento parlamentare.
  • Posizione del PD: Schlein chiede un’esclusione immediata e a priori dell’utilizzo delle basi per supportare attacchi che violano il diritto internazionale.

LE RIPERCUSSIONI ECONOMICHE E LA SICUREZZA

Oltre alle implicazioni politiche e legali, Schlein ha evidenziato i gravi danni economici che l’escalation militare comporta per l’Italia. “I prezzi record dei carburanti, le borse a picco. Tutto questo ricade su imprese e lavoratori italiani che hanno diritto ad avere un governo che si preoccupi di loro“, ha dichiarato. La crisi, infatti, ha già provocato un’impennata dei prezzi di petrolio e gas, con il Brent che ha registrato significativi rialzi e i future del gas (TTF) che hanno segnato incrementi importanti. Questa situazione minaccia di tradursi in un aumento dei costi per carburanti e bollette, con un effetto a cascata sull’inflazione e sui costi di produzione per molti settori industriali. La chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale, rappresenta una minaccia diretta per l’approvvigionamento italiano, in particolare per il Gas Naturale Liquefatto (GNL) proveniente dal Qatar.

La sicurezza dei connazionali nell’area è un’altra priorità indicata da Schlein. Il governo, da parte sua, ha assicurato di aver attivato una task force e di aver già iniziato a evacuare parte del personale, civile e militare, presente nella regione.

IL CONTESTO INTERNAZIONALE E LA VIA DIPLOMATICA

La segretaria del PD ha concluso il suo intervento ribadendo la convinzione che la non proliferazione nucleare iraniana andasse perseguita “con il negoziato“. “La storia insegna: la democrazia non si esporta con le bombe”, ha affermato, accusando l’amministrazione Trump di utilizzare la crisi come “alibi per coprire altri obiettivi, come mettere le mani sul petrolio”. La posizione di Schlein si inserisce in un dibattito europeo diviso, dove la netta presa di posizione della Spagna contrasta con l’approccio più cauto di altre cancellerie. Il governo italiano, pur definendo l’attacco al di fuori del diritto internazionale, ha visto il Ministro degli Esteri Antonio Tajani sostenere che “l’irrigidimento iraniano ha provocato questa reazione”, riferendosi al rischio che Teheran si dotasse di armi atomiche. Una linea che l’opposizione giudica ambigua e subalterna alle decisioni prese da Washington e Tel Aviv.

Di veritas

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