Milano si è trasformata nel teatro di un’accesa e complessa diatriba sulla pace e sulla politica internazionale. Nel tardo pomeriggio di martedì, davanti al consolato degli Stati Uniti in via Principe Amedeo, il presidio “No War”, organizzato da importanti sigle della sinistra italiana come CGIL, ANPI e ARCI, si è trovato al centro di una veemente contestazione da parte di un gruppo di cittadini iraniani residenti in Italia. L’obiettivo del sit-in era chiedere un “ritorno alla diplomazia e al negoziato” in seguito alla pericolosa escalation militare che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran.

Tuttavia, l’appello alla pace degli organizzatori si è scontrato con la rabbia e la frustrazione di chi vive sulla propria pelle le conseguenze del regime di Teheran. La manifestazione, che ha radunato circa trecento persone, ha visto momenti di forte tensione e scontri verbali che hanno messo in luce le profonde divisioni sul modo di interpretare la crisi mediorientale.

Le ragioni della protesta e la difesa degli organizzatori

Nelle intenzioni degli organizzatori, la manifestazione voleva essere un chiaro segnale contro ogni soluzione militare, in un contesto globale già segnato da numerosi conflitti. La CGIL, in una nota diffusa alla vigilia, aveva sottolineato il proprio storico sostegno “alle iraniane e agli iraniani che lottano per la democrazia, la libertà e i diritti civili”, menzionando l’appoggio al movimento “Donna, Vita, Libertà”. L’appello era per un “cessate il fuoco immediato, il rispetto del diritto internazionale e il ritorno alla diplomazia”, respingendo “ogni attacco unilaterale che rappresenti una violazione del diritto internazionale”.

Dal palco, i promotori hanno ribadito più volte un concetto chiave per cercare di placare gli animi: “Non è un presidio a favore del regime”. Un messaggio volto a chiarire che la loro opposizione alla guerra non implicava alcun sostegno al governo teocratico iraniano, ma che la “libertà non arriva con i missili”. Hanno inoltre preso le distanze da alcune sparute bandiere del regime islamico apparse tra la folla, che sono state fatte allontanare.

La dura contestazione della comunità iraniana

La piazza, però, era divisa. Un nutrito gruppo di cittadini iraniani, alcuni dei quali sventolavano la bandiera dell’Iran monarchico pre-rivoluzione, ha contestato duramente i manifestanti. Per loro, un’azione militare esterna rappresenta l’unica speranza per liberare il paese dalla morsa del regime. Le loro voci si sono levate forti e chiare, con slogan diametralmente opposti a quelli pacifisti.

Tra le grida dei contestatori si sono sentite frasi come “Viva l’America, loro ci aiutano” e il drammatico avvertimento: “Se finisce l’aiuto americano uccidono i nostri giovani”. Queste parole testimoniano una profonda sfiducia in qualsiasi soluzione diplomatica con l’attuale leadership iraniana e una visione dell’intervento occidentale come unica via d’uscita dalla repressione.

Accuse incrociate e un clima infuocato

Il confronto verbale è rapidamente degenerato in uno scambio di accuse pesantissime. Dalla piazza del presidio “No War”, alcune voci hanno etichettato i contestatori iraniani come “sionisti e fascisti”, e persino “pagati dal Mossad”. Queste accuse hanno ulteriormente esacerbato gli animi, trasformando un appello alla pace in un’arena di scontro ideologico.

È interessante notare come il luogo della manifestazione fosse lo stesso in cui, solo il giorno prima, altri manifestanti si erano radunati per ringraziare l’allora presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per il loro intervento militare contro Teheran. Questo evidenzia la polarizzazione estrema che circonda la questione iraniana anche all’interno della diaspora e tra l’opinione pubblica italiana.

A chiudere la manifestazione è stato l’intervento di uno studente iraniano del movimento “Donna, Vita, Libertà”, che ha cercato di trovare una sintesi, pur nella radicalità delle posizioni: “Odiamo il regime islamico quanto odiamo Israele e gli Stati Uniti per quanto fanno in tutto il mondo”, a testimonianza di una terza via che rifiuta tanto la teocrazia quanto l’imperialismo.

Di veritas

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