In un mondo scosso da conflitti che ridisegnano i confini della geopolitica e della sofferenza umana, la voce della regista dissidente iraniana Sepideh Farsi emerge con la forza di una testimonianza necessaria. Le sue parole, affidate a una recente dichiarazione, dipingono il quadro di uno “sconvolgimento storico” che sta travolgendo non solo il suo Iran, ma l’intero Medio Oriente, con ripercussioni che si estendono a livello globale. Attraverso il suo cinema, diventato un atto di resistenza, Farsi getta un ponte tra la lotta del popolo iraniano per la democrazia e la tragedia quotidiana vissuta a Gaza, immortalata nel suo ultimo, straziante documentario Put Your Soul On Your Hand And Walk.

L’Iran in fiamme: un popolo dimenticato

La regista, che ha vissuto sulla propria pelle la Rivoluzione iraniana a soli 13 anni, non usa mezzi termini per descrivere la situazione nel suo paese d’origine. Farsi parla di una “rivolta popolare” iniziata il 28 dicembre 2025, seguita da un “massacro del regime” l’8 e il 9 gennaio, che avrebbe causato la morte di “decine di migliaia di manifestanti pacifici”. Queste cifre, sebbene difficili da verificare a causa del blocco quasi totale di internet imposto dalle autorità, sono state stimate anche da organizzazioni della società civile. Farsi denuncia l’oblio in cui sembra essere caduto il popolo iraniano, i cui “enormi sacrifici” nella lotta contro un “regime corrotto e criminale” vengono ignorati dai leader del “nuovo ordine mondiale”. La sua è una critica feroce non solo alla teocrazia di Teheran ma anche all’indifferenza della comunità internazionale.

Arrestata a 16 anni e costretta all’esilio a Parigi a 18, la biografia di Sepideh Farsi è intrinsecamente legata alla storia recente dell’Iran. Il suo cinema è sempre stato uno strumento di denuncia, come dimostra il documentario Tehran without permission (2009), girato clandestinamente con un telefono cellulare, o il dramma Red Rose (2014), che racconta l’Onda Verde, le proteste del 2009. Per il suo attivismo e le sue opere, considerate sovversive dal regime, non può tornare in Iran dal 2009.

“Prendi in mano l’anima e cammina”: il testamento di Fatma Hassona

Il suo ultimo lavoro, il documentario Put Your Soul On Your Hand And Walk, presentato a Cannes e premiato in numerosi festival internazionali, sposta lo sguardo su un altro fronte caldo del Medio Oriente: la Striscia di Gaza. Il film è un dialogo intimo e potente, costruito attraverso una serie di videochiamate realizzate tra aprile 2024 e aprile 2025 con la giovane fotoreporter palestinese Fatma Hassona.

Attraverso lo schermo, Fatma, con il suo sorriso incrollabile e la sua resilienza, diventa il volto umano di una tragedia collettiva. Condivide con la regista sogni, fotografie, la scarsità di cibo, il suono assordante delle esplosioni e la quotidianità di una vita sotto assedio. Il titolo stesso del film è un’espressione usata da Fatma per descrivere la fede necessaria per affrontare ogni giorno in un luogo dove la morte è sempre in agguato. Il documentario si trasforma in un archivio prezioso, un memoriale che conserva la luce e la speranza di una giovane donna.

La storia del film è segnata da una tragica fatalità: il 16 aprile 2025, il giorno dopo aver saputo che il documentario era stato selezionato per il Festival di Cannes, Fatma Hassona è stata uccisa a Gaza. Un drone, in un attacco mirato, ha colpito la sua casa, spezzando la sua vita e quelle di nove membri della sua famiglia. La sua morte, come quella di centinaia di altri giornalisti palestinesi uccisi dall’inizio del conflitto, solleva interrogativi inquietanti sulla deliberata volontà di colpire chi documenta la guerra.

Un appello contro la violenza e per l’autodeterminazione

Le dichiarazioni di Sepideh Farsi si caricano di un’urgenza ancora maggiore di fronte all’escalation di violenza nella regione, con gli attacchi israelo-americani e le rappresaglie iraniane che, in “totale violazione del diritto internazionale”, minacciano di causare “caos e distruzione”. La regista esprime una ferma convinzione: “le bombe non portano la democrazia”. La sua speranza è riposta nella capacità del popolo iraniano di costruire un “Iran democratico” con le proprie mani, “e non da ‘salvatori stranieri'”.

Il suo lavoro, sia come regista che come attivista, è un invito a non distogliere lo sguardo, a riconoscere l’umanità dietro i numeri delle vittime e a sostenere le voci di coloro che, come Fatma Hassona, hanno messo la propria anima nelle mani per camminare verso la libertà e la verità. In un’epoca di narrazioni contrastanti e di “giornalisticidio”, come lo definiscono alcune organizzazioni, il cinema di Sepideh Farsi si erge a baluardo della memoria e della dignità umana, un’arte che si fa strumento di lotta e di speranza contro ogni forma di barbarie.

Di euterpe

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