ROMA – La crisi geopolitica in Medio Oriente ha innescato una tempesta perfetta nel commercio marittimo globale, con ripercussioni dirette e potenzialmente devastanti per le catene di approvvigionamento e l’economia internazionale, inclusa quella italiana. Le principali compagnie di navigazione mondiali stanno adottando misure drastiche per proteggere equipaggi, navi e carichi, dirottando le rotte, sospendendo le prenotazioni e introducendo supplementi di costo che rischiano di far impennare i prezzi per imprese e consumatori.
La testimonianza dall’Oman: “Navi in aree sicure e stop alle prenotazioni”
A descrivere la gravità della situazione è l’imprenditrice italiana Caterina Carannante, titolare di ‘Tricolore’, un’impresa che opera da 16 anni a Muscat, in Oman, e che si trova in prima linea a fronteggiare le conseguenze dell’escalation. “Le maggiori compagnie di trasporto e spedizione di container operanti nella regione del Golfo in queste ore hanno dato istruzioni a tutte le navi attualmente operative nella regione del Golfo ed a quelle in rotta verso l’area, di dirigersi verso aree di rifugio sicure designate fino a nuovo avviso”, spiega Carannante. Questa decisione, di fatto, congela una parte significativa del traffico mercantile in uno degli snodi più critici del mondo.
La misura, dettata dalla necessità di garantire la sicurezza, non si ferma qui. Le compagnie hanno interrotto tutte le nuove prenotazioni di container da e per un’ampia lista di nazioni, che include snodi commerciali vitali. L’elenco dei paesi coinvolti è lungo e significativo:
- Bahrein
- Kuwait
- Gibuti
- Oman
- Egitto (specificamente il porto di Ain Sokhna)
- Qatar
- Eritrea
- Sudan
- Iraq
- Emirati Arabi Uniti
- Giordania
- Yemen
- Arabia Saudita
La decisione, sottolinea l’imprenditrice, è stata presa “per garantire l’integrità del carico, la stabilità del posizionamento delle attrezzature e la sicurezza operativa complessiva nelle attuali circostanze”. Una situazione di stallo che crea un’enorme incertezza per le merci già in viaggio o pronte a partire, in particolare per i container refrigerati che trasportano beni deperibili.
Il contesto geopolitico: dagli Houthi alla tensione nello Stretto di Hormuz
Questa crisi non nasce dal nulla. Da mesi, gli attacchi dei ribelli Houthi dello Yemen alle navi commerciali nel Mar Rosso, in particolare nello stretto di Bab al-Mandab, hanno costretto molte compagnie a deviare le loro rotte. Questo stretto è un passaggio obbligato per le navi che, attraverso il Canale di Suez, collegano l’Asia e l’Europa, rappresentando circa il 12-15% del commercio marittimo globale. Gli attacchi Houthi, iniziati come ritorsione nel contesto del conflitto israelo-palestinese, hanno già causato un crollo del traffico container attraverso Suez fino al 90%.
Recentemente, lo scenario si è ulteriormente aggravato con l’aumento delle tensioni nello Stretto di Hormuz, un altro “chokepoint” energetico fondamentale, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. La combinazione di un doppio fronte di crisi, tra Mar Rosso e Golfo Persico, ha di fatto paralizzato le rotte tradizionali, costringendo i vettori a una scelta obbligata ma onerosa: la circumnavigazione dell’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza.
L’impatto economico: costi alle stelle e catene di approvvigionamento a rischio
Le conseguenze economiche di questa paralisi sono immediate e severe. La deviazione delle rotte comporta un allungamento dei tempi di navigazione di circa 10-14 giorni, con un conseguente aumento dei costi per carburante ed equipaggi. Ma il colpo più duro per le imprese arriva dai costi aggiuntivi imposti dalle compagnie marittime.
Come riportato da Caterina Carannante, è stato introdotto un “supplemento per conflitti di emergenza” (Emergency Conflict Surcharge – ECS). Questo sovrapprezzo, applicato sui container già in viaggio, si somma ad altri costi come il “war risk surcharge” (supplemento per rischio di guerra), che alcune compagnie come Hapag-Lloyd hanno fissato a 1.500 dollari per container standard, e fino a 3.500 per quelli refrigerati.
Questi rincari, che si aggiungono a noli già in crescita, rischiano di innescare un effetto domino sull’intera economia. Secondo un’analisi di Confcommercio, i costi dei noli per un container sulla rotta Shanghai-Genova erano già più che raddoppiati (+129%) rispetto all’anno precedente. L’impatto sull’Italia è particolarmente rilevante, dato che circa il 40% del nostro interscambio commerciale marittimo transita proprio attraverso il Canale di Suez. I settori più esposti sono l’automotive, la moda e alcuni comparti dell’alimentare, fortemente dipendenti dalle importazioni che passano da quelle rotte.
Uno scenario globale incerto
Le principali compagnie di navigazione, tra cui Maersk, MSC, CMA CGM e Hapag-Lloyd, hanno tutte confermato la sospensione dei transiti e la deviazione delle navi. La situazione attuale ricorda i colli di bottiglia logistici visti durante la pandemia, con il rischio concreto di compromettere la regolarità dei rifornimenti e di alimentare nuove pressioni inflazionistiche. Se la crisi dovesse perdurare, l’impatto potrebbe diventare strutturale, con una possibile riorganizzazione delle catene globali del valore e un’accelerazione del fenomeno del “nearshoring”, ovvero la rilocalizzazione delle produzioni più vicino ai mercati di consumo. Per l’Italia e per i porti del Mediterraneo, come Gioia Tauro e Trieste, si profila inoltre il rischio di perdere centralità nelle rotte globali, a favore degli scali del Nord Europa.
