La Procura della Repubblica di Ravenna ha impresso una svolta significativa nell’inchiesta sui cosiddetti “certificati anti-rimpatrio”, chiedendo una misura cautelare interdittiva di un anno dall’esercizio della professione per otto medici in servizio presso il reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci. L’ipotesi di reato contestata dai pubblici ministeri, il procuratore capo Daniele Barberini e il sostituto Angela Scorza, è quella di falso ideologico continuato in concorso.

Secondo l’impianto accusatorio, i sanitari avrebbero attestato in maniera arbitraria e sistematica la non idoneità di diversi cittadini stranieri irregolari al trasferimento e alla permanenza nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr). Le certificazioni, redatte in un arco temporale che va da maggio 2024 a gennaio 2026, avrebbero di fatto ostacolato le procedure di espulsione disposte dalle autorità competenti.

I dettagli dell’inchiesta e i numeri al vaglio

L’indagine, che ha portato a perquisizioni nelle abitazioni, auto e dispositivi elettronici degli indagati, si concentra su un numero considerevole di casi. Su un totale di 64 cittadini stranieri visitati nel periodo in esame e destinati ai Cpr, ben 34 sono stati dichiarati non idonei attraverso certificazioni ora ritenute dubbie dalla Procura. Altri 20 sono stati invece giudicati idonei e trasferiti nei centri, mentre 10 avrebbero rifiutato la visita medica, rendendo impossibile il rilascio di qualsiasi attestazione.

Il materiale probatorio raccolto dagli inquirenti è vasto e comprende centinaia di pagine di documenti, tra cui assumono un’importanza cruciale le chat e le intercettazioni ambientali. Dalle conversazioni emergerebbe, secondo l’accusa, un orientamento comune tra i medici, descritto come una posizione di principio critica nei confronti del sistema dei Cpr. In alcuni messaggi si fa riferimento alla necessità di agire “compatti” e si discute dell’utilizzo di un modulo prestampato per le certificazioni di inidoneità, da adattare di volta in volta.

La difesa dei medici e il rinvio dell’interrogatorio

L’interrogatorio di garanzia degli otto medici, inizialmente fissato davanti al Giudice per le Indagini Preliminari (Gip) Federica Lipovscek, è stato rinviato al 12 marzo. Il differimento è stato concesso su richiesta dei legali difensori, i quali hanno necessitato di più tempo per esaminare l’ingente mole di materiale investigativo messo a disposizione dalla Procura.

Attraverso i loro avvocati, gli indagati hanno respinto fermamente ogni accusa, sostenendo che “tutti i dati clinici riportati nei certificati corrispondono al vero” e di non voler “passare per delinquenti e falsificatori”. La difesa ha sottolineato come i professionisti abbiano agito nel pieno rispetto del codice deontologico, basando le proprie valutazioni unicamente su criteri scientifici e clinici per tutelare la salute e la dignità dei pazienti. Hanno inoltre evidenziato di aver maturato competenze specifiche sulla salute dei migranti, consultando letteratura scientifica e associazioni autorevoli del settore.

Il dibattito e le reazioni

La vicenda ha innescato un acceso dibattito che travalica i confini della cronaca giudiziaria, toccando temi etici, politici e legati alla gestione dei flussi migratori. Da un lato, l’accusa ipotizza un’azione coordinata e ideologicamente motivata per sabotare le politiche di rimpatrio. Dall’altro, numerose voci si sono levate in difesa dei medici, tra cui la Federazione Nazionale dell’Ordine dei Medici (FNOMCeO) e la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), che hanno espresso preoccupazione per un’indagine che potrebbe minare l’autonomia professionale e il diritto alla cura. Si è sottolineato come i Cpr siano spesso definiti luoghi “patogenici”, dove le condizioni di trattenimento possono aggravare le vulnerabilità sanitarie dei migranti.

La comunità locale e nazionale si è divisa, con manifestazioni di solidarietà nei confronti dei sanitari, come il flash mob organizzato davanti all’ospedale di Ravenna, e posizioni politiche che chiedono piena chiarezza sui fatti. La parola passa ora al Gip, che, dopo aver ascoltato gli indagati il 12 marzo, dovrà decidere se accogliere o meno la richiesta di interdizione avanzata dalla Procura, un provvedimento che avrebbe un impatto significativo non solo sulla vita professionale degli otto medici, ma anche sul dibattito pubblico riguardante il delicato equilibrio tra doveri di cura, autonomia medica e procedure di sicurezza pubblica.

Di veritas

🔍 Il vostro algoritmo per la verità, 👁️ oltre le apparenze, 💖 nel cuore dell’informazione 📰

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *