Una ferita che non si è mai chiusa, un dolore reso ancora più acuto da una battaglia legale durata quasi un decennio. Si è conclusa con una condanna per la ASL Avezzano-Sulmona-L’Aquila la drammatica vicenda che ha visto una coppia di Sulmona perdere la propria bambina al nono mese di gravidanza. Il Tribunale civile di Sulmona, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha riconosciuto la responsabilità sanitaria dell’azienda, condannandola a un risarcimento di 550mila euro, oltre al pagamento delle spese legali.
La cronaca di una tragedia annunciata
I fatti risalgono al settembre del 2017. Una data che per i genitori della piccola resterà per sempre impressa nella memoria. La madre, giunta alla 36esima settimana di gestazione, si presenta al pronto soccorso dell’ospedale di Sulmona con un sintomo allarmante: l’assenza di movimenti fetali. Un campanello d’allarme che, secondo quanto ricostruito in sede processuale, non sarebbe stato colto con la dovuta gravità. Dopo una serie di controlli, la donna viene dimessa.
La speranza, purtroppo, si spegne due giorni dopo. Durante un controllo di routine, già programmato, i medici riscontrano l’assenza di attività cardiaca fetale. A quel punto, si procede con il parto indotto, ma per la bambina è ormai troppo tardi. Il suo cuoricino aveva già cessato di battere. L’autopsia, disposta dalla stessa ASL, attribuirà il decesso all’asfissia, provocata da giri multipli del cordone ombelicale attorno al collo.
La battaglia legale e la perizia decisiva
Distrutti dal dolore ma determinati a ottenere giustizia, i genitori, assistiti dall’avvocata Catia Puglielli, decidono di intraprendere un’azione legale. Il percorso è lungo e complesso, e passa attraverso un accertamento tecnico preventivo (ATP), uno strumento giuridico fondamentale in casi di presunta responsabilità medica. È proprio da questa perizia che emerge la svolta.
Il collegio peritale, composto da esperti del settore, giunge a una conclusione inequivocabile: vi è stata una chiara responsabilità sanitaria. Secondo gli specialisti, il tracciato cardiotocografico eseguito durante l’accesso al pronto soccorso presentava delle anomalie che avrebbero dovuto indurre i medici a disporre il ricovero immediato della paziente. Un ricovero che avrebbe consentito un monitoraggio costante e, qualora la situazione fosse precipitata, l’esecuzione di un parto cesareo d’urgenza. Un intervento che, con ogni probabilità, avrebbe potuto salvare la vita della nascitura.
La sentenza del Tribunale di Sulmona
Nonostante le conclusioni della perizia, la ASL ha tentato di difendersi sostenendo che la morte della bambina fosse da attribuire a un “evento acuto e imprevedibile”. Una tesi che, tuttavia, non ha convinto il giudice civile del Tribunale di Sulmona, la dottoressa Irene Giamminonni. La sentenza ha pienamente accolto le risultanze della consulenza tecnica, rigettando la linea difensiva dell’azienda sanitaria e riconoscendo il nesso causale tra la condotta omissiva dei sanitari e il tragico epilogo.
La condanna a un risarcimento così cospicuo non solo riconosce l’enorme danno subito dai genitori, ma stabilisce anche un importante precedente in materia di responsabilità medica per mancata diagnosi di sofferenza fetale. Una decisione che riaccende i riflettori sulla necessità di protocolli rigorosi e di un’attenzione scrupolosa ai segnali che possono indicare un pericolo per la vita del nascituro.
Il diritto alla salute e la tutela della vita nascente
Questa vicenda solleva interrogativi profondi sull’organizzazione sanitaria e sulla tutela del diritto alla salute, in particolare in un momento così delicato come la gravidanza. La sentenza di Sulmona sottolinea come la “prevedibilità” di un evento avverso in medicina non sia sempre legata a una certezza assoluta, ma alla capacità di interpretare correttamente i dati clinici e di agire con prudenza e tempestività. In questo caso, il tracciato cardiotocografico rappresentava un dato oggettivo che, se letto e interpretato secondo le linee guida, avrebbe dovuto portare a decisioni diverse. La perdita di una vita che stava per sbocciare è una tragedia che nessuna cifra potrà mai compensare, ma la giustizia, seppur arrivata dopo un lungo percorso, ha il dovere di riconoscere le responsabilità e di contribuire a prevenire che simili drammi possano ripetersi in futuro.
