Milano – Il Tribunale di Milano ha deciso: Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso la questura di Cremona, rimarrà in carcere. L’accusa è pesantissima: omicidio volontario premeditato. La vittima è Abderrahim Mansouri, 46 anni, cittadino di origine marocchina. Il teatro del delitto, uno dei luoghi più tristemente noti della cronaca milanese: il boschetto di Rogoredo, un’area da tempo al centro di operazioni di contrasto allo spaccio di droga.
Il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro, pur non convalidando il fermo eseguito dalla Squadra Mobile per un vizio di forma legato all’assenza del pericolo di fuga, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Una decisione che poggia sui gravi indizi di colpevolezza e sul concreto rischio di reiterazione del reato, data la spregiudicatezza e la freddezza dimostrate dall’indagato.
La dinamica di un agguato mortale
I fatti risalgono alla notte del 26 gennaio scorso. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, coordinati dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, Cinturrino avrebbe attirato Mansouri in una trappola mortale. L’agente avrebbe dato appuntamento alla sua vittima nel cuore del boschetto di Rogoredo, un luogo che conosceva bene. Lì, al riparo da occhi indiscreti, avrebbe esploso due colpi con la sua pistola d’ordinanza, una Beretta calibro 9, colpendo il quarantaseienne al torace e non lasciandogli scampo. Il corpo di Mansouri è stato ritrovato solo diverse ore dopo, riverso a terra in un’area isolata.
Le indagini, condotte con meticolosità dalla Squadra Mobile di Milano, si sono rapidamente concentrate su Cinturrino. L’analisi dei tabulati telefonici e delle celle agganciate dai cellulari dei due uomini ha permesso di collocare entrambi sulla scena del crimine in un orario compatibile con quello dell’omicidio. Un lavoro investigativo certosino che ha stretto il cerchio attorno al poliziotto.
Il movente: un’ossessione d’amore e gelosia
Alla base di questo tragico epilogo ci sarebbe una complessa e tormentata vicenda sentimentale. Sia Cinturrino che Mansouri avevano una relazione con la stessa donna, una giovane di 23 anni. Sarebbe stata proprio questa rivalità amorosa, trasformatasi in una vera e propria ossessione per l’agente, a scatenare la furia omicida. Secondo quanto emerso, Cinturrino non accettava che la donna potesse avere legami con altri uomini e, in particolare, con Mansouri.
“O con me o con nessuno”, avrebbe detto alla ragazza, manifestando un’indole possessiva che è poi sfociata nel più violento dei gesti. La gelosia, descritta dal gip come “acuta”, sarebbe stata il motore di un’azione criminale pianificata e portata a termine con lucida determinazione. L’agente avrebbe sfruttato la sua posizione e le sue conoscenze per orchestrare l’agguato, convinto forse di poter restare impunito.
La confessione e i punti oscuri
Messo alle strette dagli elementi raccolti dagli investigatori, Carmelo Cinturrino ha confessato. Durante l’interrogatorio di garanzia, ha ammesso le sue responsabilità, fornendo la sua versione dei fatti e facendo ritrovare l’arma del delitto, che aveva tentato di nascondere. Tuttavia, la sua confessione non ha convinto pienamente gli inquirenti e il giudice, che nell’ordinanza sottolinea la “particolare intensità del dolo” e la “notevole capacità a delinquere” dell’indagato.
Restano da chiarire ancora alcuni dettagli della vicenda. L’indagine prosegue per definire con esattezza ogni fase del delitto, dalla sua ideazione alla sua brutale esecuzione. La decisione del gip Santoro conferma la solidità del quadro accusatorio e apre la strada a un processo che si preannuncia complesso e carico di implicazioni, data anche la professione dell’uomo accusato di un crimine così grave.
