Nel crepuscolo del 1946, mentre l’Europa tentava faticosamente di rialzarsi dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, un giovane scrittore svedese di appena ventitré anni si avventurava nel cuore pulsante della catastrofe: la Germania. Quel giovane era Stig Dagerman, inviato del quotidiano Expressen, e il suo viaggio di due mesi, dal 15 ottobre al 10 dicembre, avrebbe dato vita a una serie di articoli poi raccolti nel volume “Tysk höst”, oggi noto in Italia come “Autunno Tedesco”. Ripubblicato da Lindau nella traduzione di Luca Taglianetti e arricchito da una prefazione di Goffredo Fofi, questo piccolo classico del giornalismo letterario non è solo un reportage, ma un’immersione profonda e conturbante nell’animo di un popolo vinto, un’analisi lucida delle macerie fisiche e spirituali di una nazione.

Uno sguardo oltre il giudizio: l’umanità dei vinti

Ciò che rende “Autunno Tedesco” un’opera di una modernità sconcertante è la prospettiva unica del suo autore. Dagerman, intellettuale anarchico e sensibile, non arriva in Germania con l’intento di giudicare o di cercare conferme a tesi precostituite. Il suo non è lo sguardo del vincitore sul vinto, né quello del cronista a caccia di facili scoop. È, piuttosto, lo sguardo di un poeta che cerca di comprendere l’essere umano nella sua essenza più nuda e vulnerabile. Come sottolinea Fofi nella sua prefazione, Dagerman ci offre “il documento più impressionante e si può dire più conturbante che ci racconta il mondo dei vinti”.

Viaggiando in treno attraverso città fantasma come Amburgo, Berlino e Colonia, Dagerman osserva la devastazione con una prosa asciutta e densissima. Ma il suo obiettivo non sono le rovine architettoniche, bensì quelle umane. Entra negli scantinati allagati dove intere famiglie sopravvivono tra i topi e l’umidità, ascolta le voci di chi ha perso tutto e ora è attanagliato da una fame che annichilisce ogni altro pensiero. È in questo abisso di disperazione che coglie la terribile banalità di frasi come “quando c’era Hitler stavamo meglio, perché mangiavamo”. Dagerman non le giustifica, ma le comprende, intuendo una verità scomoda: è impossibile costruire una democrazia o insegnare nuovi valori a chi ha lo stomaco vuoto. “La fame”, scrive, “è una forma di deficienza … che lascia pochissimo spazio a riflessioni profonde”.

La farsa della denazificazione e le contraddizioni di un popolo

Con acume e onestà intellettuale, Dagerman analizza anche il complesso e contraddittorio processo di denazificazione imposto dagli Alleati. Assiste a processi che definisce “ridicoli e irritanti”, messinscene teatrali in palazzi di giustizia semidistrutti, dove la giustizia stessa sembra aver perso la sua “eleganza sadica”. Osserva come, nella pratica, la denazificazione si riveli spesso inefficace, minata da una corruzione strisciante e dall’impossibilità di distinguere nettamente tra colpevoli, complici e semplici sopravvissuti in un sistema totalitario. Con l’avvento della Guerra Fredda, questo processo sarebbe stato poi progressivamente abbandonato, lasciando irrisolte molte questioni.

Il reportage mette a nudo le profonde disuguaglianze sociali che la guerra non ha cancellato, ma anzi esacerbato. Vede i più poveri rifugiati in cantine e bunker, il ceto medio ammassato in casermoni e i ricchi ancora al sicuro nelle loro ville suburbane, intoccate dalle bombe. Questa osservazione smonta il mito di una sconfitta che avrebbe livellato le classi, mostrando come, anche nella miseria più nera, persistano privilegi e ingiustizie.

Letteratura e sofferenza: il ruolo dello scrittore

Il viaggio in Germania è per Dagerman anche una profonda riflessione sul senso dello scrivere. Incontra intellettuali e scrittori tedeschi, confrontandosi con loro sul rapporto tra arte e dolore. Si interroga sull’estetica della sofferenza e sulla responsabilità di chi narra la tragedia. La sua conclusione, espressa nel capitolo finale “Letteratura e sofferenza”, è amara e disillusa: per quanto terribile, “non li si convince che la sofferenza sia qualcosa di indegno”.

Questa crisi esistenziale e intellettuale segnerà profondamente la sua vita. Stig Dagerman, talento precoce e anima tormentata, si toglierà la vita a soli 31 anni nel 1954, lasciando un’eredità letteraria folgorante e tragicamente interrotta. La sua opera, influenzata da maestri come Kafka e Camus, è un’incessante indagine sull’angoscia, la colpa e la ricerca di un’impossibile consolazione.

Un’eredità attuale

Leggere “Autunno Tedesco” oggi significa non solo riscoprire un capolavoro del giornalismo, ma anche dotarsi di uno strumento per interpretare il presente. La capacità di Dagerman di andare oltre le narrazioni ufficiali, di ascoltare le ragioni degli “altri” senza assolverli, di mostrare la complessità umana dietro le etichette di “colpevole” e “innocente”, ne fa una lettura imprescindibile. In un mondo ancora lacerato da conflitti e contrapposizioni ideologiche, la sua lezione di umanità e il suo invito a “capire prima di giudicare” risuonano con una forza potente e necessaria.

A completare la riflessione sull’autore, si segnala anche il saggio “Stig Dagerman. Il cuore intelligente” di Ilaria Rossetti (FVE Editori), un’interessante lettura per approfondire la figura di questo straordinario scrittore svedese dopo aver “digerito” la cruda realtà del suo autunno tedesco.

Di euterpe

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