ROMA – Un’ombra lunga e inquietante, quella della paura, si proietta sul processo per la verità sull’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano torturato e barbaramente ucciso al Cairo nel gennaio del 2016. A dieci anni esatti da quella tragedia che ha scosso le coscienze, il dibattimento ripreso a Roma contro quattro membri dei servizi di sicurezza egiziani si scontra con un muro di omertà e terrore che rende arduo il cammino verso la giustizia. La denuncia, forte e chiara, arriva dall’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, che in aula ha rivelato la drammatica difficoltà nel reperire consulenti di lingua araba disposti a collaborare.

Un clima di intimidazione che paralizza

“Abbiamo delle difficoltà a individuare un consulente perché c’è un clima di paura, i cittadini egiziani temono di comparire in questo processo”, ha dichiarato l’avvocata Ballerini davanti alla Corte d’Assise di Roma. Molti esperti, sia egiziani che italiani che lavorano in Egitto, hanno risposto con un netto “no, grazie” alle richieste di consulenza, spaventati dalle possibili ritorsioni. Questo clima di terrore è talmente tangibile che persino il perito nominato dalla stessa Corte per tradurre alcuni documenti cruciali dall’arabo ha dovuto accettare l’incarico protetto da un paravento, senza mostrare il proprio volto né declinare le generalità in aula. Una misura eccezionale che la dice lunga sulla percezione del rischio. “Non credo sia accaduto molte volte che un perito nominato dalla Corte si sia dovuto nascondere”, hanno commentato amaramente i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, presenti come sempre a Piazzale Clodio.

La ripartenza del processo dopo la Consulta

Il processo è ripreso dopo una sospensione di alcuni mesi, resasi necessaria per attendere una pronuncia della Corte Costituzionale. La Consulta ha stabilito che, data la sistematica mancata cooperazione da parte dello Stato egiziano, lo Stato italiano può farsi carico delle spese per i consulenti tecnici delle difese degli imputati assenti. Questa decisione ha permesso di superare un ostacolo procedurale significativo e di fissare un nuovo calendario per il dibattimento. Gli imputati sono quattro ufficiali della National Security egiziana: il generale Sabir Tariq e i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Devono rispondere, a vario titolo, di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni e omicidio.

Le prossime tappe e la perizia chiave

L’udienza si è aggiornata al prossimo 8 giugno, quando è previsto il contraddittorio tra le parti e l’esame del perito che avrà 90 giorni per completare la sua delicata attività di traduzione. Al centro della perizia ci sono le traduzioni dei verbali delle testimonianze rese nell’aprile e maggio del 2016 dal sindacalista degli ambulanti Mohammed Abdullah, l’uomo che, secondo le indagini, avrebbe denunciato Giulio alle autorità egiziane. La richiesta di una nuova traduzione è stata avanzata dai difensori degli imputati, i quali sostengono che le prime versioni presenterebbero delle contraddizioni. Successivamente, il 23 e 24 giugno, nell’aula bunker di Rebibbia, la parola passerà al procuratore aggiunto Sergio Colaiocco per la requisitoria e le richieste di condanna. Le arringhe difensive sono previste per luglio, mentre la sentenza potrebbe arrivare tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno.

“L’Egitto non è un Paese sicuro”

La vicenda dei consulenti spaventati rafforza la convinzione dell’avvocata Ballerini e della famiglia Regeni. “Al di là di chi pensa a livello italiano o europeo che l’Egitto sia un Paese sicuro, è evidente che non sia così”, ha affermato la legale. “Non lo è per i testimoni, per i periti e consulenti, e non lo è stato per Giulio”. Una realtà drammatica che emerge con forza dal contesto processuale, dove la ricerca della verità è ostacolata non solo dai depistaggi e dalla mancata collaborazione delle autorità del Cairo, ma anche da un’atmosfera di intimidazione che travalica i confini nazionali. Nonostante tutto, la famiglia Regeni non perde la speranza. “Siamo provati, ma sentiamo di essere vicini al traguardo”, ha dichiarato Alessandra Ballerini, sottolineando come il tempo, invece di affievolire l’attenzione, abbia rafforzato la solidarietà attorno alla loro battaglia.

Di veritas

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