Una melodia dolce, quella di “Stella stellina”, che tutti abbiamo canticchiato nell’infanzia, si è trasformata in un canto di dolore e speranza sul palco del Teatro Ariston. Ermal Meta, in gara al Festival di Sanremo, ha scelto di portare una ninna nanna spezzata, un brano che, pur mantenendo la delicatezza della sua forma originale, si carica del peso della tragedia dei bambini di Gaza. Un gesto artistico e civile che ha scosso le coscienze, amplificato da un dettaglio silenzioso ma potente: il nome “Amal” ricamato di suo pugno sul colletto della camicia.
Amal: un nome, un simbolo di speranza
“Amal”, che in arabo significa “speranza”, non è solo un nome. È diventato il simbolo di tutte le piccole vittime innocenti del conflitto, un modo per dare un volto e una voce a chi non ne ha più. Lo stesso Meta ha spiegato sui suoi canali social la scelta di questo gesto: “La protagonista di Stella stellina è una bambina senza nome, ma forse ha tutti i nomi. Aysha, Amal, Layla, Nour, Hind, che importa, forse niente, forse tutto. Figlie di nessuno, figlie di tutti”. Un messaggio universale di paternità e umanità, che nasce anche dalla sua esperienza personale di padre. Il cantautore ha annunciato che ogni sera porterà sull’abito il nome di un bambino o una bambina di Gaza, un segno discreto e ostinato per non dimenticare.
La genesi di una canzone: dall’intimità alla denuncia
Il brano “Stella stellina” nasce da un momento di intimità familiare. Meta ha raccontato di come l’ispirazione sia scaturita sentendo la sua bambina, che aveva da poco iniziato a parlare, ripetere le parole della famosa filastrocca. Tuttavia, quelle parole, solitamente associate alla dolcezza della buonanotte, si sono caricate di un significato nuovo e doloroso, trasformandosi in una riflessione sulla brutalità della guerra e sull’innocenza violata. L’artista ha spiegato di aver visto delle immagini molto forti provenienti da Gaza, in particolare lo sguardo di una bambina che lo ha profondamente colpito, spingendolo a scrivere la canzone.
Il testo della canzone, pur senza mai nominare esplicitamente Gaza, evoca con immagini potenti uno scenario di guerra e assedio. Riferimenti come “tra muri e mare” disegnano la geografia di una terra senza via di fuga, mentre versi come “la preghiera non basta” esprimono la rabbia e l’impotenza di fronte a una tragedia immane. La metafora della farfalla, “come le farfalle hai vissuto un giorno”, sottolinea la fragilità e la brevità di queste giovani vite spezzate.
Un dibattito acceso e le reazioni
La scelta di Ermal Meta non è passata inosservata, scatenando un ampio dibattito. Da un lato, in molti hanno lodato il coraggio e la sensibilità dell’artista nel portare un tema così delicato su un palco così importante. Il conduttore Carlo Conti, al termine dell’esibizione, ha espresso un pensiero condiviso da molti: “E che i fiori siano solo per fare festa e mai sulle tombe dei bambini che non c’entrano niente con le follie degli uomini”.
Dall’altro lato, non sono mancate le critiche, con alcuni che hanno accusato il cantante di voler strumentalizzare la tragedia a fini di consenso. In una conferenza stampa, Meta ha risposto a queste accuse, denunciando un “silenzio che ci autoinfliggiamo” e l’impossibilità di usare parole come “Gaza” o “Palestina” come se fossero una bestemmia. Ha inoltre affermato che, in caso di vittoria a Sanremo, parteciperebbe all’Eurovision, dove canterebbe il suo brano “ancora più forte” proprio in presenza di Israele.
La performance di Ermal Meta a Sanremo ha avuto il merito di riaccendere i riflettori su una delle crisi umanitarie più gravi del nostro tempo, dimostrando come la musica possa essere non solo intrattenimento, ma anche un potente strumento di riflessione e coscienza civile.
