NAPOLI – Una fitta rete di minacce, collusioni e attività illecite che avvolgeva un presidio sanitario fondamentale per la città. Un’indagine approfondita, condotta dal nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza e dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli, ha squarciato il velo sul controllo esercitato dal potente clan Contini all’interno dell’ospedale San Giovanni Bosco. L’operazione, coordinata dalla pm della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) partenopea Alessandra Converso, ha portato all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per quattro persone, tra cui un avvocato, svelando un sistema criminale radicato e pervasivo.

Un controllo capillare sull’ospedale

Secondo quanto emerso dalle indagini, che hanno preso le mosse anche dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, il clan Contini era riuscito a infiltrare e a controllare numerose attività economiche e sanitarie del nosocomio. La forza intimidatrice del sodalizio criminale, unita a rapporti collusivi con pubblici ufficiali e all’uso di prestanomi, avrebbe permesso al clan di gestire di fatto i servizi di bar, buvette e i distributori automatici di snack e bevande. Queste attività venivano esercitate in totale spregio delle regole: senza le necessarie autorizzazioni, senza il pagamento dei canoni di locazione dovuti all’Asl e utilizzando abusivamente le utenze dell’ospedale, con un conseguente e ingiustificato aggravio per le finanze pubbliche.

I nomi e le accuse: un sistema ramificato

L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del Tribunale di Napoli, riguarda tre presunti affiliati al clan e un legale. Tra i destinatari della misura figurano i fratelli Salvatore De Rosa, 59 anni, e Pietro De Rosa, 47 anni (attualmente irreperibile), l’imprenditore nel settore delle ambulanze Maurizio Scapolatiello, 50 anni, e l’avvocato Salvatore D’Antonio, 51 anni. A quest’ultimo viene contestato il concorso esterno in associazione mafiosa; secondo l’accusa, il professionista avrebbe messo le proprie competenze al servizio del clan in un rapporto di “stretta e stabile compenetrazione”. L’elenco dei reati contestati a vario titolo agli indagati è lungo e grave: si va dall’associazione di tipo mafioso aggravata dal carattere armato, alla corruzione, estorsione, usura, riciclaggio, autoriciclaggio, fino alla falsità ideologica in atti pubblici, accesso abusivo a sistemi informatici e trasferimento fraudolento di valori.

Complessivamente, le persone indagate nell’inchiesta sono 76, tra cui figurerebbero anche medici, personale parasanitario, addetti alla vigilanza, un ex poliziotto e un funzionario dell’Inps. Questo dato evidenzia la profondità e la capillarità del sistema di complicità che il clan era riuscito a costruire.

Dai ricoveri facili alle truffe assicurative

Il controllo del clan non si limitava alle attività commerciali. Le indagini hanno fatto luce su un sistema di “favori” che alterava il normale funzionamento dei servizi sanitari. Tra questi:

  • Ricoveri ospedalieri “di favore”: venivano garantiti accessi preferenziali a affiliati o persone vicine al clan, violando le normali procedure e le liste d’attesa.
  • Rilascio di certificazioni mediche false: documenti falsi venivano prodotti per ottenere benefici giudiziari, come scarcerazioni illegittime.
  • Trasporto illegale di salme: attraverso un’associazione operante nel settore delle ambulanze, il clan gestiva il trasporto delle salme in violazione delle normative, che riservano tale attività ai servizi funebri autorizzati.
  • Truffe alle compagnie assicurative: veniva simulata la creazione di incidenti stradali, con il coinvolgimento di medici compiacenti, falsi testimoni e perizie mendaci, al fine di ottenere indebiti risarcimenti.

Le minacce ai dirigenti e il tentativo di espansione

La pervasività del clan si manifestava anche attraverso minacce dirette ai dirigenti della struttura sanitaria che tentavano di opporsi al sistema. Le intercettazioni hanno rivelato l’ira di alcuni degli arrestati nei confronti di Ciro Verdoliva, all’epoca dei fatti commissario straordinario dell’Asl Napoli 1, “colpevole” di aver tentato di ripristinare la legalità estromettendo gli abusivi dalla gestione di bar e parcheggi. Le indagini suggeriscono inoltre che le ambizioni del clan non si fermassero al San Giovanni Bosco: emerge un piano espansionistico che mirava a infiltrare anche il più grande ospedale di Napoli, il Cardarelli, un progetto fortunatamente sventato dall’intervento degli investigatori.

L’ASL Napoli 1 Centro ha precisato che gli arresti sono l’epilogo di indagini avviate tra il 2019 e il 2020 e che il personale dell’ospedale sta operando in piena continuità. Tuttavia, questa operazione riaccende i riflettori sulla vulnerabilità del sistema sanitario alle infiltrazioni della criminalità organizzata, un cancro che drena risorse pubbliche e compromette il diritto alla salute dei cittadini.

Di veritas

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