Torino – Si chiude senza onori pubblici il capitolo terreno di Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta deceduto a 73 anni venerdì scorso presso l’ospedale di Chivasso. Con una decisione ferma e motivata da ragioni di ordine pubblico, il Questore di Torino, Massimo Gambino, ha disposto che i funerali del boss, condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia, si svolgessero in forma strettamente privata. La disposizione ha cancellato la cerimonia religiosa inizialmente prevista e ha vietato qualsiasi tipo di corteo funebre, imponendo una sepoltura riservata nel cimitero di Chivasso.

LA DECISIONE DELLA QUESTURA E LE POLEMICHE PRECEDENTI

La notizia della morte di Belfiore, originario di Gioiosa Jonica ma da decenni figura di spicco della criminalità organizzata calabrese in Piemonte, aveva immediatamente sollevato un’ondata di polemiche. L’ipotesi che potessero essere celebrate esequie solenni in chiesa per un uomo mai pentitosi dei suoi crimini aveva suscitato lo sdegno di molti, a partire dalla voce autorevole di Don Luigi Ciotti. Il fondatore di Libera, in un’intervista a La Stampa, aveva definito un funerale in chiesa per un mafioso non pentito “non solo un errore pastorale“, ma anche “una ferita in più inferta ai familiari delle vittime“. “È mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi”, aveva ammonito Don Ciotti, sottolineando come un simile atto avrebbe trasmesso un messaggio ambiguo e pericoloso alla comunità.

Le sue parole hanno trovato eco in quelle di Paola Caccia, figlia del magistrato assassinato il 26 giugno 1983. Pur senza voler entrare nel merito della dimensione religiosa, ha definito “giusto” evitare celebrazioni pubbliche per l’uomo che non ha mai ammesso le proprie responsabilità, negando persino la sua appartenenza alla ‘ndrangheta. “Finché era vivo potevo coltivare la speranza che un giorno avrebbe parlato. Ora si è chiuso anche questo spiraglio”, ha dichiarato, esprimendo la frustrazione per una verità completa sull’omicidio del padre che si allontana ulteriormente.

IL PROFILO DI DOMENICO BELFIORE E L’OMICIDIO CACCIA

Domenico Belfiore è stato una figura centrale nell’infiltrazione della ‘ndrangheta nel tessuto economico e sociale del Nord Italia. La sua condanna all’ergastolo, confermata in via definitiva, lo ha inchiodato come il mandante dell’agguato che costò la vita a Bruno Caccia, all’epoca Procuratore Capo di Torino. Il magistrato fu ucciso da un commando mentre portava a passeggio il suo cane, sotto la sua abitazione. Un’esecuzione brutale, motivata, secondo le sentenze, dalla volontà del clan di eliminare un magistrato integerrimo e incorruttibile, un ostacolo per i loro affari illeciti.

Belfiore, che dal 2015 si trovava agli arresti domiciliari per gravi motivi di salute, non ha mai collaborato con la giustizia né mostrato segni di pentimento, proclamandosi innocente fino alla fine. La sua morte porta con sé molti dei segreti legati non solo all’omicidio Caccia, un caso su cui permangono ancora oggi zone d’ombra, ma anche agli equilibri e alle strategie della ‘ndrangheta piemontese di cui è stato uno dei massimi esponenti.

LA REAZIONE DELLA CHIESA E IL DIBATTITO SUI FUNERALI AI MAFIOSI

Il caso Belfiore ha riaperto un dibattito delicato all’interno e all’esterno della Chiesa Cattolica. La diocesi di Ivrea, competente per la parrocchia di Chivasso dove si sarebbero dovute tenere le esequie, aveva inizialmente aperto alla possibilità di una cerimonia, seppur sobria. Monsignor Daniele Salera, Vescovo di Ivrea, aveva sottolineato la distinzione tra il giudizio degli uomini e la misericordia di Dio, affermando che la Chiesa non può sondare l’eventuale pentimento avvenuto nell’intimità della coscienza.

Questa posizione si è scontrata con la linea di fermezza promossa da figure come Don Ciotti e sostenuta da una parte significativa dell’opinione pubblica, che richiama la storica scomunica ai mafiosi pronunciata da Papa Francesco nel 2014. In quell’occasione, il Pontefice definì la ‘ndrangheta “adorazione del male”, dichiarando i mafiosi “non in comunione con Dio” e quindi “scomunicati”. La decisione finale del Questore Gambino ha di fatto risolto la questione sul piano dell’ordine pubblico, impedendo che il funerale potesse trasformarsi in una potenziale manifestazione di potere da parte della criminalità organizzata.

Di veritas

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