ROMA – Il dibattito sul salario minimo in Italia si arricchisce di un nuovo, importante capitolo. Durante il suo intervento al Forum ANSA, la Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, ha espresso una posizione netta e chiara, che delinea la strategia dell’esecutivo in materia di politiche retributive: “Credo molto di più nel congedo paritario che nel salario minimo”. Una dichiarazione che non solo conferma la contrarietà del governo alla proposta delle opposizioni di fissare una soglia legale oraria, ma che sposta anche il focus su un altro tema cruciale per il mondo del lavoro e per le famiglie italiane.
La Posizione del Governo: No al Salario Minimo, Sì alla Contrattazione Collettiva
Secondo la Ministra Calderone, l’introduzione di un salario minimo per legge, in un contesto lavorativo complesso come quello italiano, potrebbe generare “un effetto negativo, ovvero un effetto di uscita dal contratto”. Il timore, condiviso da parte del mondo imprenditoriale e da alcune sigle sindacali, è che le aziende possano essere incentivate a rifiutare l’applicazione dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL), indebolendo così un sistema di tutele che va oltre la semplice retribuzione oraria. L’impostazione del governo, ha ribadito la Ministra, è quella di “sostenere la contrattazione e i rinnovi contrattuali”, considerati lo strumento principe per garantire non solo una paga equa, ma anche un complesso di diritti e garanzie per i lavoratori.
Questa linea politica si inserisce in un dibattito che va avanti da anni nel nostro Paese, uno dei pochi in Europa a non avere una legge nazionale sul salario minimo. Le opposizioni, in particolare Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, spingono da tempo per l’introduzione di una soglia minima di 9 euro lordi l’ora, sostenendo che sia una misura di giustizia sociale necessaria per combattere il lavoro povero. Il governo, tuttavia, ha sempre mostrato scetticismo, arrivando a trasformare la proposta di legge delle opposizioni in una legge delega sull’equa retribuzione, di fatto svuotandola del suo intento originario.
L’Alternativa Proposta: il Congedo Paritario
La vera novità nell’intervento della Ministra Calderone è l’enfasi posta sul congedo paritario come strumento alternativo e più efficace per sostenere i lavoratori e le loro famiglie. Sebbene la Ministra non sia entrata nei dettagli di una specifica proposta, il riferimento è a un sistema che equilibri i periodi di congedo obbligatorio e retribuito tra madri e padri. L’idea di fondo è che una maggiore condivisione delle responsabilità di cura possa favorire la parità di genere nel mercato del lavoro, combattendo le discriminazioni salariali e di carriera che spesso colpiscono le donne.
Tuttavia, è da notare che proprio di recente una proposta delle opposizioni per un congedo parentale paritario di cinque mesi per genitore, retribuito al 100%, è stata bocciata in Parlamento a causa delle preoccupazioni relative alle coperture finanziarie. Questo rende le dichiarazioni della Ministra particolarmente interessanti e apre a futuri scenari su come il governo intenda concretamente muoversi su questo fronte.
Il Contesto Europeo e le Criticità Italiane
Il dibattito italiano si inserisce in un quadro europeo che ha visto l’adozione di una direttiva sui salari minimi adeguati, che gli Stati membri sono chiamati a recepire. La direttiva, però, non impone l’introduzione di un salario minimo legale nei Paesi, come l’Italia, dove la copertura della contrattazione collettiva supera una certa soglia. Secondo i dati forniti dal governo e dal CNEL, la contrattazione collettiva nel settore privato italiano copre oltre il 95% dei lavoratori, un dato che, secondo l’esecutivo, rende lo strumento del salario legale non necessario e potenzialmente dannoso.
Le critiche a questa posizione, però, non mancano. Le opposizioni e alcuni sindacati sottolineano come esistano milioni di lavoratori, definiti “poveri” pur avendo un impiego, i cui contratti (spesso “pirata” o semplicemente non rinnovati da anni) prevedono paghe orarie inferiori alla soglia proposta di 9 euro. Secondo l’Istat, l’introduzione del salario minimo a 9 euro comporterebbe un aumento medio annuo di circa 804 euro per 3,6 milioni di lavoratori. Si tratta di un tema complesso, con implicazioni profonde sul tessuto sociale ed economico del Paese, che vede contrapposte due visioni differenti su come garantire dignità e tutele nel mondo del lavoro.
