“Prima del 7 ottobre 2023 gli abitanti della Striscia di Gaza erano più di due milioni. Adesso nessuno lo sa”. Sono queste le parole, affilate come lame e pesanti come macigni, che aprono “Gaza Vive”, lo spettacolo di e con Beppe Casales. Un’opera di teatro civile, un monologo che si fa grido, testimonianza e atto di resistenza contro l’assordante silenzio che rischia di inghiottire le storie e le vite della popolazione di Gaza. L’artista veneto, noto per il suo impegno nel teatro di narrazione, calca il palcoscenico per oltre un’ora, armato solo della sua voce e di pochi, essenziali, elementi scenici, per restituire un volto e un’anima a ciò che la cronaca di guerra riduce a mera statistica.
Lo spettacolo, un atto artistico e politico nato dalla necessità di prendere posizione, segue le vicende di una famiglia palestinese, scandendo il tempo in un “prima” e un “dopo” il 7 ottobre 2023. Dalla normalità di una giornata al mare, intrisa della salsedine e delle risate dei bambini, si precipita nell’abisso dei bombardamenti, della distruzione, della fame e della morte. Casales, con una narrazione che alterna diversi registri, dalla cronaca alla poesia, dalla ricostruzione storica alla testimonianza diretta, accompagna lo spettatore in un viaggio emotivo potente e destabilizzante.
Una storia d’amore all’ombra dell’occupazione
Il cuore pulsante del racconto è una storia d’amore, quella tra due giovani affacciati all’età adulta, i cui sogni si scontrano con la brutale realtà dell’occupazione e della guerra. Lui, con l’ambizione di aprire uno studio di fisioterapia per curare i corpi feriti della sua gente; lei, con il desiderio di diventare interprete e traduttrice per gettare ponti verso il mondo. Un amore nato sotto il cielo di Gaza, cresciuto all’ombra di un conflitto perenne, che la recente escalation militare mette a dura prova, separando le loro strade. Ma la vita, come un filo d’erba tenace che spunta tra le macerie, trova il modo di affermarsi. I due giovani si ritrovano, infine, davanti a quel mare che li ha visti innamorati, per celebrare un matrimonio tra le tende di un campo profughi, lontano da ogni sfarzo, in un rito che diventa simbolo di una speranza che non si arrende.
Il teatro come strumento di memoria e denuncia
La drammaturgia di “Gaza Vive” è un mosaico complesso e stratificato. Casales intreccia con maestria il racconto intimo della famiglia con la grande Storia del conflitto israelo-palestinese, partendo dalle radici del sionismo fino agli eventi più recenti. La narrazione è scandita da inserti audio reali: dagli annunci militari israeliani che ordinano l’evacuazione, alle voci dei giornalisti, fino ai richiami al diritto internazionale citati da figure politiche come il ministro Antonio Tajani. Questa scelta registica amplifica il senso di realtà e urgenza, trascinando il pubblico al centro della tragedia.
Uno dei momenti di maggiore impatto emotivo è il racconto della storia, tragicamente vera, di Hind Rajab, una bambina di sei anni rimasta intrappolata in un’auto con i cadaveri dei suoi parenti, dopo essere stata colpita da centinaia di proiettili. Per ore, la piccola è rimasta in contatto telefonico con i soccorritori, un flebile filo di voce spezzato infine dalla morte. Raccontando questa storia, Casales interroga la nostra capacità di empatia, la difficoltà di percepire la dimensione umana dietro i numeri spersonalizzanti delle vittime. Lo spettacolo si propone di fare proprio ciò che il poeta palestinese Refaat Alareer, ucciso in un raid israeliano, chiedeva ai suoi studenti: raccontare storie come antidoto alla morte, come ultimo gesto di resistenza.
L’infanzia negata e la costruzione del nemico
Il monologo affronta con coraggio anche il tema delicato dell’infanzia negata su entrambi i fronti del conflitto. Viene esplorata la costruzione delle identità collettive e la disumanizzazione dell’altro, con i palestinesi definiti “animali e terroristi”, una narrazione tossica che alimenta il ciclo dell’odio. Casales riflette su come l’ideologia possa giustificare il massacro, schiacciando la vita dei palestinesi in un meccanismo di pulizia etnica e apartheid.
Eppure, come suggerisce il titolo stesso, “Gaza Vive”. Vive nella resilienza dei suoi abitanti, nella capacità di conservare dignità, affetti e speranza anche nella devastazione più totale. Vive nei gesti quotidiani, nelle relazioni umane, nell’amore che “non aspetta” la fine della guerra o l’arrivo della pace, ma semplicemente esiste, come forza primordiale e insopprimibile. Lo spettacolo è un grido contro l’indifferenza dell’Occidente, che guarda senza intervenire, ma è anche un inno alla vita che resiste.
L’impegno di Beppe Casales, attore tra i principali interpreti del teatro di narrazione contemporaneo e vincitore di numerosi riconoscimenti, si concretizza in un’opera necessaria, che scuote le coscienze e ci ricorda che dietro ogni numero c’è un nome, dietro ogni statistica c’è una storia che chiede di essere ascoltata. La tournée dello spettacolo, che tocca diverse città italiane, è spesso organizzata in collaborazione con una rete di realtà del territorio come ARCI, Emergency, Medici Senza Frontiere e ANPI, a testimonianza del valore civile e sociale di questa potente opera teatrale.
