La Corte di Cassazione ha posto un punto fermo, almeno per quanto riguarda le misure cautelari, nella tragica vicenda della morte di Mamoud Diane, il diciannovenne ivoriano ucciso con numerose coltellate durante una violenta rissa avvenuta a Torino il 2 maggio 2025. La Suprema Corte ha infatti confermato il “no” all’arresto per gli undici giovani, di origini maliane, senegalesi e guineane, sospettati di aver preso parte alla zuffa. Una decisione che modifica sostanzialmente il quadro accusatorio e apre nuovi scenari investigativi.
La ricostruzione dei fatti e la decisione della Cassazione
La sera del 2 maggio 2025, nel quartiere Barriera di Milano, alla periferia nord di Torino, scoppiò una violenta contesa tra due distinti gruppi di giovani. Nel corso della rissa, Mamoud Diane, residente a Torre Mondovì e descritto come un ragazzo incensurato, fu raggiunto da diversi fendenti che ne causarono la morte. Le indagini della polizia portarono rapidamente all’identificazione di undici persone presenti durante l’aggressione.
La Procura di Torino aveva inizialmente ipotizzato per loro il reato ben più grave di “rissa aggravata da omicidio”, chiedendone la custodia cautelare in carcere. Tuttavia, sia il Tribunale del Riesame prima, sia ora la Cassazione, hanno respinto tale impostazione. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, dopo lo scoppio della rissa, sarebbero intervenuti altri soggetti, al momento non identificati, e sarebbe stato uno di questi a sferrare le coltellate mortali a Diane.
La motivazione della Suprema Corte è netta: la morte del giovane non può essere “imputata a tutti i partecipanti alla rissa in quanto non sono stati raccolti elementi sufficienti che consentano di inserire l’evento sopravvenuto in un giudizio di prevedibilità”. In altre parole, non vi sono prove che gli undici indagati potessero prevedere o avessero concorso nell’omicidio, che si configura come un evento distinto e successivo allo scoppio della zuffa iniziale.
Da rissa aggravata a rissa semplice: le conseguenze legali
Questa decisione ha come conseguenza immediata la derubricazione del reato contestato agli undici giovani. L’accusa si trasforma da “rissa aggravata da omicidio” a “rissa semplice“. Si tratta di una differenza sostanziale dal punto di vista giuridico e sanzionatorio. Il reato di rissa semplice, infatti, non prevede l’applicazione di misure di custodia cautelare e la pena massima consiste in una multa fino a duemila euro.
Gli undici indagati, quindi, restano tali ma affronteranno il procedimento a piede libero. Uno dei legali difensori, l’avvocato Enzo Pellegrin, aveva presentato una memoria alla Cassazione sostenendo che gli indizi raccolti contro il suo assistito non fossero “idonei neppure a sostenere l’accusa di partecipazione alla rissa”, prefigurando una battaglia legale che si prospetta complessa e articolata.
Chi ha ucciso Mamoud Diane? Caccia all’assassino
La sentenza della Cassazione, se da un lato chiarisce la posizione giuridica degli undici indagati, dall’altro lascia aperta la domanda più importante: chi è il responsabile materiale dell’omicidio di Mamoud Diane? Le indagini, coordinate dalla Squadra Mobile, si concentrano ora sulla ricerca dei soggetti non identificati che, secondo i giudici, sono intervenuti in un secondo momento nella rissa. Gli inquirenti stanno riesaminando le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona e le testimonianze raccolte per trovare elementi utili a dare un volto e un nome all’assassino. La pista investigativa, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe essere legata a contrasti per un presunto traffico di droga.
La famiglia di Mamoud Diane, arrivato in Italia per ricongiungersi al padre che da tempo vive nel monregalese, attende ancora giustizia. Una vicenda che evidenzia la complessità delle dinamiche criminali e sociali in alcune aree metropolitane e la difficoltà di accertare le responsabilità individuali in contesti di violenza collettiva.
