A quattro anni esatti dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, le parole di Paulo Fonseca, attuale allenatore dell’Olympique Lione, risuonano con la forza di un tuono nel mondo dello sport e della politica internazionale. In una lunga e sentita intervista concessa al quotidiano francese L’Equipe, il tecnico portoghese, legato a doppio filo all’Ucraina – sua moglie Kateryna è originaria di Donetsk e insieme hanno vissuto l’orrore della fuga da Kiev sotto le bombe – non ha usato mezzi termini per esprimere la sua indignazione e la sua profonda delusione nei confronti delle massime istituzioni calcistiche e di alcuni leader mondiali.

L’attacco frontale a Trump: “Situazione peggiorata, pensa solo ai soldi”

Il primo bersaglio delle critiche di Fonseca è l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Secondo l’allenatore, il suo ritorno al potere e le sue promesse di una “pace rapida” hanno, di fatto, aggravato la situazione sul campo. “La situazione è nettamente peggiorata. Tutti i giorni cadono centinaia di droni e decine di missili”, ha dichiarato Fonseca. “Gli Stati Uniti hanno reso più fragile la posizione dell’Ucraina e dell’Unione Europea, e questo ha complicato ulteriormente la vita degli ucraini. Io mi sento sempre più indignato”.

Fonseca ha poi contestato duramente la scelta di assegnare i Mondiali di calcio del 2026 agli Stati Uniti, una decisione che considera inaccettabile alla luce delle politiche di Trump. “La verità è che noi che amiamo il calcio vorremmo che il Mondiale si giocasse altrove, e non negli Stati Uniti. La posizione del presidente Usa è stata di dimenticare, di ignorare i più svantaggiati e i più fragili e di stare a fianco ai suoi interessi economici. Non ha pensato alle persone, ma ai soldi”.

Il culmine della sua frustrazione è arrivato commentando l’assegnazione del premio per la pace della FIFA proprio a Donald Trump: “Sapete cosa ho provato quando l’ho visto? Vergogna. È così triste, il calcio non se lo merita. È una vergogna”.

Infantino e la FIFA nel mirino: “Inaccettabile il ritorno della Russia”

L’attacco di Fonseca si è poi spostato sul presidente della FIFA, Gianni Infantino, accusato di seguire la stessa logica puramente economica di Trump. Il punto più controverso riguarda la possibile reintegrazione della Russia nelle competizioni internazionali. “Noi andiamo a giocare contro la Russia a Mosca mentre gli ucraini non possono giocare sul loro territorio?”, ha chiesto retoricamente Fonseca. “Il Paese che è invaso non può disputare le gare a casa sua e la Russia sì? Per me è inaccettabile”.

Secondo il tecnico portoghese, le recenti aperture della FIFA verso un graduale ritorno della Russia, a partire dai tornei giovanili, rappresentano un segnale preoccupante. “Il calcio non può risolvere tutti i problemi ma può aiutare a portare più giustizia nel mondo. Ora Infantino fa la stessa cosa di Trump: guarda gli interessi economici e scorda la gente”, ha concluso con amarezza.

Un legame profondo con l’Ucraina: dal dramma della fuga alla speranza del ritorno

Le parole di Fonseca assumono un peso ancora maggiore se si considera la sua esperienza personale. Allenatore dello Shakhtar Donetsk dal 2016 al 2019, ha conosciuto sua moglie Kateryna proprio in Ucraina. La famiglia della moglie, originaria di Donetsk, ha dovuto abbandonare la propria casa già nel 2014, per poi essere costretta a una nuova, drammatica fuga da Kiev nel febbraio 2022. Fonseca ha raccontato i momenti terribili vissuti per mettersi in salvo insieme alla sua famiglia, un viaggio di 30 ore verso il confine moldavo, trascorso in un minibus tra il suono delle sirene e la paura costante.

Nonostante il dolore e la rabbia, Fonseca non ha perso la speranza e ha espresso il desiderio di tornare un giorno ad allenare in Ucraina, magari la nazionale o il suo amato Shakhtar. “Amo Kiev, amo l’Ucraina. Sento che, in un certo senso, devo ripagare tutto quello che mi hanno dato”, ha confessato, mostrando un legame indissolubile con un paese che continua a lottare per la propria libertà.

Le sue dichiarazioni rappresentano un potente atto di accusa contro l’ipocrisia di un certo mondo del calcio, troppo spesso incline a piegarsi a logiche di potere e di profitto, dimenticando i valori fondamentali di giustizia, solidarietà e rispetto per la dignità umana. Un grido di dolore e di denuncia che, si spera, non cada nel vuoto.

Di nike

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