La tensione tra Washington e Teheran ha raggiunto un nuovo picco. L’amministrazione americana, secondo quanto riportato da Axios citando funzionari statunitensi, ha posto una condizione perentoria all’Iran: la presentazione di una proposta “molto dettagliata” sull’accordo nucleare entro le prossime 48 ore. Se Teheran rispetterà questa scadenza, un nuovo ciclo di negoziati potrà avere luogo venerdì a Ginevra. In caso contrario, la porta della diplomazia potrebbe chiudersi bruscamente, lasciando spazio a uno scenario ben più cupo: una vasta operazione militare congiunta tra Stati Uniti e Israele.
L’Ultima Spiaggia della Diplomazia
Questa spinta diplomatica è descritta da fonti americane come “probabilmente l’ultima possibilità” che il Presidente Donald Trump è disposto a concedere all’Iran. Gli inviati designati da Trump per i colloqui, Steve Witkoff e Jared Kushner, sarebbero pronti a partire per Ginevra il 27 febbraio, ma solo a condizione di ricevere il documento iraniano in tempi brevi. La richiesta di Washington è chiara: l’Iran deve fornire garanzie concrete che il suo programma nucleare sia esclusivamente per scopi pacifici e che non ci sia “nessun possibile percorso” verso la costruzione di un’arma atomica. Sebbene la posizione ufficiale degli USA rimanga quella di “zero arricchimento” sul suolo iraniano, alcuni funzionari hanno lasciato intendere che si potrebbe valutare una proposta che includa un arricchimento “simbolico” o “limitato” in cambio di impegni sostanziali.
Da parte sua, l’Iran, attraverso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha fatto sapere di essere in procinto di finalizzare la proposta e che questa includerà impegni politici e misure tecniche per assicurare la natura civile del programma. Araghchi ha espresso ottimismo, affermando che “ci sono buone chance che un’intesa possa essere raggiunta” e che alcuni aspetti del potenziale nuovo accordo potrebbero essere persino migliori di quello del 2015 (il JCPOA).
Lo Spettro dell’Opzione Militare
Parallelamente al fragile canale diplomatico, si fa sempre più concreto lo scenario di un conflitto. Le fonti di Axios rivelano che al Presidente Trump sono state presentate diverse opzioni militari elaborate dal Pentagono. Queste non si limiterebbero a raid mirati contro siti nucleari o basi missilistiche, ma includerebbero piani per una campagna estesa, della durata di settimane, condotta in collaborazione con Israele. L’aspetto più allarmante di questi piani è la possibilità di un attacco diretto alla leadership iraniana, inclusa la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, e suo figlio Mojtaba, visto come un potenziale successore. Un consigliere ha dichiarato ad Axios: “Abbiamo qualcosa per ogni scenario. Uno scenario prevede l’eliminazione dell’ayatollah e di suo figlio”.
L’amministrazione Trump ha accoppiato la diplomazia a una significativa dimostrazione di forza, con un massiccio dispiegamento militare nella regione, che include portaerei, navi da guerra e caccia. Questa strategia di “pressione massima” mira a costringere Teheran a cedere alle richieste americane. Tuttavia, se i negoziati dovessero fallire, Trump ha avvertito che prenderà in considerazione un attacco pesante nei prossimi mesi per rovesciare la leadership iraniana.
La Reazione dell’Iran e la Posizione di Israele
L’Iran non è rimasto a guardare. Fonti del New York Times, citando membri delle Guardie della Rivoluzione, riportano che Teheran considera un attacco militare americano “inevitabile e imminente”. Di conseguenza, ha preparato un piano di difesa e risposta, posizionando lanciatori di missili balistici al confine con l’Iraq e lungo le coste del Golfo Persico, in grado di colpire sia Israele che le basi USA nella regione. Inoltre, l’Ayatollah Khamenei avrebbe predisposto una dettagliata linea di successione governativa e militare, contemplando anche la propria morte.
Israele, partner chiave degli Stati Uniti in questo scenario, segue gli sviluppi con la massima attenzione, preparandosi a ogni evenienza. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha in programma un incontro con Trump per presentare la posizione di Israele, che non si limita a impedire all’Iran di ottenere armi nucleari, ma chiede anche di limitare il suo programma di missili balistici e di cessare il finanziamento a gruppi terroristici nella regione. Le forze di difesa israeliane (IDF) sono in stato di massima allerta da settimane, pronte a un possibile conflitto.
Un Contesto Geopolitico Complesso
La crisi si inserisce in un quadro internazionale delicato. L’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA), da cui Trump ha ritirato gli Stati Uniti nel 2018, è di fatto cessato nell’ottobre 2025 dopo che i paesi europei hanno attivato il meccanismo di “snapback” delle sanzioni ONU. Da allora, l’Iran ha ripreso ad arricchire l’uranio a livelli più alti. La mediazione dell’Oman ha giocato un ruolo nel facilitare i contatti tra le parti, ma la sfiducia resta profonda. Sullo sfondo, Russia e Cina osservano attentamente, avendo in passato fornito sostegno economico e militare a Teheran. Un conflitto su larga scala avrebbe conseguenze devastanti non solo per la regione, ma per l’intera economia globale, a partire da un possibile blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale.
Le prossime 48 ore saranno decisive. La scelta di Teheran di presentare o meno una proposta credibile determinerà se la stretta via della diplomazia rimarrà percorribile o se il Medio Oriente scivolerà verso un conflitto dalle conseguenze imprevedibili.
