Una figura tanto affascinante quanto sinistra, un uomo capace di muoversi con la stessa disinvoltura tra le cucine dei più rinomati ristoranti e i corridoi più oscuri del potere. Questa è la complessa identità di Federico Umberto D’Amato, al centro del nuovo docufilm “L’uomo che sapeva tutto”, in onda da lunedì 23 febbraio alle 22:00 su Sky Crime e in streaming su NOW. Prodotto da Ballandi e diretto da Francesco Di Giorgio per Hearst Networks Italia, il documentario si addentra nella vita di colui che per decenni è stato uno degli uomini più informati e temuti d’Italia, svelandone la sconcertante duplicità.
Da un lato, il potente e temuto capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, un ruolo che lo ha visto plasmare la storia repubblicana manovrando segreti, dossier e silenzi in un’epoca segnata da stragi e trame oscure. Dall’altro, l’insospettabile e raffinato gastronomo, fondatore della prestigiosa ‘Guida dei Ristoranti d’Italia’ de L’Espresso e firma di apprezzate rubriche culinarie sotto lo pseudonimo di Federico Godio.
Il ricordo agghiacciante di Edoardo Raspelli
A tracciare un ritratto a tinte fosche di questa doppia vita è Edoardo Raspelli, uno dei volti più noti del giornalismo enogastronomico italiano, la cui testimonianza apre uno squarcio sull’abisso morale del personaggio. “La cosa che trovo più sconvolgente e straziante è che con me parlava di tagliatelle e di agnolotti e intanto organizzava, pensava a una strage”, confida Raspelli all’ANSA. Un’immagine potente che riassume la capacità di D’Amato di compartimentare la sua esistenza, dedicandosi con apparente normalità alla critica culinaria mentre, nell’ombra, tesseva le fila di eventi sanguinosi.
I due si conobbero nel 1978, agli albori della Guida de L’Espresso. “Io per la Guida avevo la responsabilità, con i miei collaboratori, di Val d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia e Sardegna. Tutto il resto lo faceva Federico Umberto D’Amato”, ricorda Raspelli. Una conoscenza superficiale, segnata da un paio di cene, sufficiente però a percepire l’aura di potere che circondava D’Amato, definito “serio e autorevole” nel suo ruolo di critico. Tuttavia, un episodio incrinò il loro rapporto professionale, svelando un lato più oscuro. Raspelli racconta di aver abbassato il voto a un noto ristorante di Ameglia e di aver visto il suo pezzo sostituito prima della pubblicazione. La sua lettera di protesta a Carlo Caracciolo portò alla mancata rinnovazione del contratto. Solo in seguito, scoprì il legame che univa il ristoratore Angelo Paracucchi e lo stesso D’Amato: l’appartenenza alla loggia massonica P2.
Un potere invisibile sullo sfondo delle stragi d’Italia
Nato a Marsiglia nel 1919 e scomparso a Roma nel 1996, Federico Umberto D’Amato ha attraversato cinquant’anni di storia italiana. La sua carriera iniziò durante la Seconda Guerra Mondiale, lavorando per i servizi segreti americani (OSS) sotto la guida di James Jesus Angleton. Nel dopoguerra, scalò rapidamente i vertici della Polizia di Stato fino a diventare direttore dell’Ufficio Affari Riservati dal 1971 al 1974, un organismo di intelligence con un potere immenso. Risultò iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli con la tessera 1643.
Il suo nome è indissolubilmente legato alla “strategia della tensione” e ai depistaggi che hanno avvolto le indagini sulle stragi di quegli anni. L’apice di questa parabola oscura è il suo coinvolgimento nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il più grave attentato terroristico nella storia della Repubblica, che causò 85 morti e oltre 200 feriti. Le sentenze definitive, scaturite dalle indagini della Procura Generale di Bologna, lo indicano come uno dei mandanti, organizzatori o finanziatori dell’eccidio, insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi. Secondo i giudici, vi sono “prove eclatanti” che Gelli e D’Amato contribuirono all’organizzazione della strage.
Il Docufilm: testimonianze e archivi inediti
“L’uomo che sapeva tutto” si avvale di archivi inediti e testimonianze esclusive per ricostruire la figura ambigua e sfuggente di D’Amato. Oltre a Raspelli, il documentario raccoglie le voci di:
- Giacomo Pacini, storico e autore del libro “La spia intoccabile. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati”.
- Enzo Vizzari e Giuseppe Paolo Scotto di Castelbianco (Giacomo A. Dente), critici enogastronomici.
- Paolo Morando, giornalista.
- Giovanna Tosatti, storica.
- Gabriele Fuga, avvocato.
- Nicola Proto, magistrato.
- Claudio Gallo, ex collaboratore di D’Amato.
Un viaggio tra potere occulto e alta gastronomia, che offre uno spaccato della storia più nascosta del nostro Paese, mostrando come D’Amato trasformò il controllo delle informazioni in un potere assoluto, esercitato tanto nelle stanze segrete del Viminale quanto tra le tavole imbandite dei ristoranti d’élite.
