Santarém, Brasile – La fragile pace amazzonica è stata nuovamente infranta. In un’escalation di proteste che covavano da oltre un mese, rappresentanti di 14 diverse comunità indigene hanno occupato il terminal portuale fluviale della multinazionale statunitense Cargill a Santarém, nello stato di Pará. L’azione, definita “completa” e “indefinita”, ha paralizzato le operazioni di uno dei principali snodi per l’esportazione di cereali del Brasile, accendendo i riflettori su un conflitto che contrappone lo sviluppo dell’agrobusiness alla sopravvivenza delle culture e degli ecosistemi ancestrali.

Nella notte di venerdì 20 febbraio 2026, i manifestanti hanno forzato l’ingresso nel sito privato, costringendo i dipendenti all’evacuazione. La Cargill, in una nota ufficiale, ha confermato l’interruzione totale delle attività e ha dichiarato di essere in contatto con le autorità per uno sgombero “ordinato e sicuro”, sottolineando come l’occupazione sia giunta dopo settimane di picchetti e blocchi stradali che già impattavano le operazioni. La decisione dei manifestanti di passare a un’azione così drastica è arrivata in seguito a un’ordinanza del tribunale che ne imponeva la rimozione dalle aree adiacenti al porto.

La radice della contesa: un decreto sul futuro dei fiumi

Al centro della disputa c’è il Decreto nº 12.600, firmato dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva alla fine del 2025. Questo provvedimento inserisce importanti corsi d’acqua amazzonici, tra cui i fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins, nel Programma Nazionale di Desestatizzazione (PND). In pratica, apre le porte a concessioni private per la gestione, la manutenzione e, soprattutto, il dragaggio dei fiumi, al fine di renderli più navigabili per le grandi imbarcazioni che trasportano soia e altre materie prime destinate ai mercati internazionali.

Per il governo e per il potente settore dell’agrobusiness, si tratta di un passo fondamentale per ottimizzare la logistica e ridurre i costi di trasporto, potenziando la capacità del Brasile di esportare milioni di tonnellate di commodities. Ma per le comunità indigene, il cui legame con il fiume è vitale e spirituale, il decreto è una minaccia esistenziale. “Questo fiume è la nostra strada. È la nostra fonte di cibo, è la dimora dei nostri pesci ed è essenziale per l’equilibrio della foresta e del clima”, ha dichiarato Auricélia Arapiuns, una delle leader indigene del Basso Tapajós. “Come si può trasformare questa ricchezza in un corridoio per la soia? E, peggio ancora, senza ascoltare i popoli che vivono su di esso e grazie ad esso”.

I rischi ambientali e il mancato dialogo

Le preoccupazioni dei manifestanti, guidati dal Consiglio Indigeno Tapajós e Arapiuns (CITA), sono concrete e supportate da analisi ambientali. Il dragaggio del letto del fiume Tapajós, un affluente cruciale del Rio delle Amazzoni, potrebbe avere conseguenze devastanti:

  • Contaminazione da mercurio: Il fondale del fiume trattiene tonnellate di mercurio, residuo delle attività minerarie (garimpos), e di pesticidi derivanti dall’agricoltura intensiva. Le operazioni di scavo potrebbero rimettere in circolo queste sostanze tossiche, contaminando l’acqua, i pesci e, di conseguenza, le popolazioni che se ne nutrono.
  • Impatto sulla biodiversità: L’alterazione del corso d’acqua e l’aumento del traffico di grandi navi minacciano l’equilibrio della fauna ittica e degli habitat fluviali.
  • Erosione e danni paesaggistici: Vi è il timore che l’intenso traffico di chiatte possa causare l’erosione delle sponde, mettendo a rischio persino le famose spiagge di sabbia bianca di Alter do Chão, una nota località turistica.

Un punto cruciale della protesta è la violazione della Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), di cui il Brasile è firmatario. Questa convenzione internazionale sancisce il diritto dei popoli indigeni a una consultazione libera, preventiva e informata su qualsiasi progetto che possa avere un impatto sui loro territori e sul loro stile di vita. Un diritto che, secondo i manifestanti, è stato completamente ignorato dal governo Lula nell’emanazione del decreto.

La risposta del Governo e il ruolo di Cargill

Di fronte alla crescente pressione, che ha visto proteste simultanee anche davanti alla sede centrale di Cargill a San Paolo, il governo federale ha annunciato la sospensione della gara d’appalto per i lavori di dragaggio. Tuttavia, i ministri coinvolti hanno precisato che si tratta di un “gesto di negoziazione” e che il dragaggio è un’attività di routine, non direttamente collegata al decreto di concessione, che rimane in vigore. Questa risposta è stata giudicata insufficiente dai leader indigeni, che chiedono la revoca totale del Decreto 12.600 e non una semplice sospensione dei lavori.

Cargill, una delle più grandi aziende agroalimentari del mondo, si trova al centro della tempesta. Sebbene l’azienda affermi di non avere “alcuna ingerenza sulla questione presentata”, il suo terminal di Santarém è il simbolo fisico e logistico di quel modello di sviluppo che le comunità indigene contestano. La multinazionale è stata più volte in passato collegata a questioni di deforestazione e violazioni dei diritti umani in Amazzonia e nel Cerrado, accuse che hanno alimentato la sfiducia nei suoi confronti. La protesta, quindi, non è solo contro una legge, ma contro un intero sistema economico che, secondo gli attivisti, antepone il profitto alla vita e all’ambiente.

La situazione a Santarém rimane tesa. Mentre i pubblici ministeri federali hanno chiesto di evitare l’uso della forza contro i manifestanti, citando una precedente decisione del tribunale che favoriva i negoziati pacifici, la presenza delle forze di polizia fa temere un’escalation. La comunità internazionale osserva con attenzione, consapevole che la battaglia per il fiume Tapajós è un capitolo cruciale nella più ampia lotta per il futuro dell’Amazzonia.

Di atlante

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