SIBARI (Cosenza) – Un disastro annunciato che ora presenta il conto. L’area archeologica di Casa Bianca, nel cuore del Parco Archeologico di Sibari, giace sotto una coltre di oltre tre metri di acqua e fango. A lanciare l’allarme è stato il direttore del sito, Filippo Demma, attraverso un videomessaggio che documenta la gravità della situazione e delinea un piano d’emergenza per tentare di salvare un patrimonio storico di inestimabile valore.

Una corsa contro il tempo per salvare i reperti

L’immagine simbolo di questa emergenza è la colonna ionica del santuario delle divinità orientali, che spunta a malapena dalla melma, testimone silenziosa di una catastrofe che affonda le sue radici in una fragilità territoriale nota da tempo. Il direttore Demma ha illustrato le fasi concitate delle operazioni di salvataggio, una vera e propria lotta contro il tempo per limitare i danni. Si è immediatamente intervenuti con il drenaggio dei canali esondati alle spalle del sito, utilizzando mezzi meccanici per ripristinarne la funzionalità. Il passo successivo, cruciale, prevede l’attivazione di due enormi pompe idrovore motorizzate, in arrivo da Ferrara, per prosciugare l’area invasa dall’acqua. Solo al termine di questa complessa operazione si potrà procedere con la fase più delicata: la rimozione manuale del fango che ricopre i reperti archeologici.

Un evento “eccezionale” ma non imprevedibile

Nel suo videomessaggio, il direttore Demma ha tenuto a sottolineare l’eccezionalità dell’evento, affermando che “nessuna manutenzione, ordinaria o straordinaria, avrebbe potuto scongiurare questo disastro”. Ha spiegato come le tre pompe a immersione, installate solo la scorsa estate con un investimento di 54.000 euro per il controllo della falda acquifera, siano andate in avaria non appena hanno iniziato ad aspirare fango a causa dell’innalzamento del livello della piena. Queste pompe, scelte per evitare i sabotaggi subiti in passato da quelle esterne, si sono rivelate impotenti di fronte alla furia dell’acqua. Tuttavia, emerge un quadro più complesso: il sito di Sibari sorge su una falda acquifera che lo rende intrinsecamente vulnerabile. Da decenni, la sua sopravvivenza è legata a un sistema di pompaggio artificiale. Un ambizioso progetto di bonifica idraulica, presentato nel 2022, che prevedeva di deviare la falda anziché drenarla continuamente, è stato ridimensionato, lasciando il sito esposto a rischi noti.

La mobilitazione e la solidarietà

L’esondazione del fiume Crati ha colpito duramente non solo l’area di Casa Bianca, ma anche il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide, i cui seminterrati sono stati ripetutamente allagati. La situazione ha richiesto l’intervento della Protezione Civile, del Gruppo Lucano, di Calabria Verde e del Consorzio di Bonifica della Calabria, che hanno lavorato incessantemente per liberare i locali e il piazzale dal fango. La comunità locale ha mostrato grande resilienza, con circa 700 residenti evacuati dalle zone a rischio in meno di due ore. Di questi, 57 hanno trovato accoglienza in strutture messe a disposizione dal Comune di Cassano allo Ionio, guidato dal sindaco Gianpaolo Iacobini, che ha monitorato costantemente la situazione.

Il futuro di Sibari: un patrimonio da proteggere

L’alluvione ha riacceso il dibattito sulla necessità di interventi strutturali e a lungo termine per la messa in sicurezza del patrimonio culturale calabrese, e italiano in generale. La Confederazione Italiana Archeologi (CIA) ha espresso solidarietà e ha sottolineato l’urgenza di “decisioni strategiche” per proteggere un patrimonio fragile. Si auspica che il Ministero della Cultura metta in campo tutte le risorse necessarie per il ripristino e la messa in sicurezza del sito, accelerando progetti come quello, purtroppo ridimensionato, del Masterplan Sybaris. La memoria di Sibari, una delle più splendide città della Magna Grecia, resiste, ma la sua sopravvivenza non può essere affidata solo alla fortuna o all’eroismo dei soccorritori. Richiede una visione, investimenti e una volontà politica che trasformino la gestione dell’emergenza in una cultura della prevenzione.

Di veritas

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