Un romanzo che ha il ritmo lento delle stagioni in montagna, la forza di un amore clandestino e il peso di una memoria sommersa. “Vento fine” (Mursia), l’ultima opera della scrittrice friulana Silva Ganzitti, è un viaggio intenso e appassionato nel cuore della Carnia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un racconto che, partendo da una vicenda personale, si allarga a toccare temi universali come la guerra, la memoria, il silenzio e la forza dei legami umani.
La Carnia del 1943: un palcoscenico di silenzi e passioni
Ci troviamo nel 1943, in una Carnia dura e poetica, un lembo di terra nell’area nord-occidentale della provincia di Udine, stretto tra le Alpi Carniche. Qui, il silenzio non è solo un’assenza di rumore, ma un tratto distintivo del paesaggio e dei suoi abitanti. Un silenzio che si perpetua nelle relazioni umane, spesso ridotte all’essenziale, quasi pietrificate da una sorta di timidezza atavica che si manifesta con ruvidità e apparente indifferenza.
In questo contesto, fa la sua comparsa Dwight, un soldato neozelandese catturato dagli italiani ad El Alamein e trasferito in Carnia insieme ad altri 279 prigionieri, tra cui molti Maori, per lavorare alla costruzione della maestosa diga sul torrente Lumiei. Un’opera ingegneristica grandiosa per l’epoca, che avrebbe segnato per sempre il paesaggio e la vita della comunità di Sauris, cancellando un intero borgo e la sua memoria sotto le acque del nuovo lago artificiale.
Un amore impossibile e le ferite della Storia
È proprio nella solitudine di queste montagne che Dwight, biondo, alto e taciturno, incontra Ida, una giovane contadina fiera e silenziosa. Tra i due scocca un amore improvviso, un colpo di fulmine che si consuma in incontri notturni, clandestini e pericolosi, mentre fuori infuria la guerra e si scontrano partigiani e nazifascisti. La barriera della lingua impedisce loro di comunicare a parole, ma i loro corpi parlano un linguaggio universale. Un legame profondo che si intreccia con il fermento della Resistenza e il dolore di un’Italia lacerata dal conflitto.
La storia dei due amanti, però, è destinata a essere interrotta. Dwight riesce a fuggire, ma porta con sé il ricordo indelebile di Ida. Anni dopo, nel 1965, spinto da un amore mai sopito, decide di tornare in Carnia per ritrovare la donna che non ha mai dimenticato. Ad attenderlo, però, non ci sarà ciò che si aspettava, ma il peso dei ricordi e una rivelazione in grado di cambiare ogni prospettiva sul passato.
La memoria annegata di Sauris e il potere della narrazione
Come spiega la stessa autrice, Silva Ganzitti, “Vento fine” non è solo una storia d’amore, ma anche il racconto di una memoria “annegata”, quella del vecchio borgo di Sauris sommerso dalle acque della diga. Una storia poco conosciuta che il romanzo riporta alla luce, insieme ai “detriti di un passato” che continuano a influenzare il presente. La scrittrice, già autrice de “La guerra di Lia”, prosegue con questo libro il suo filone narrativo dedicato al secondo conflitto mondiale, esplorando l’intreccio tra le vicende personali dei suoi personaggi e la grande Storia.
La narrazione di Ganzitti, che è stata finalista al Premio Neri Pozza 2023, si muove su un piano temporale non lineare, intrecciando il presente del 1965 con i ricordi del 1943, in un continuo dialogo tra passato e futuro. La montagna, in “Vento fine”, non è solo uno sfondo, ma un’entità viva, custode di segreti, voci e vite diverse, un “metaluogo silenzioso” dove il rumore della guerra sembra quasi attutito.
- Autrice: Silva Ganzitti
- Titolo: Vento fine
- Editore: Mursia
- Pagine: 296
- Prezzo: 17 euro
Un romanzo, dunque, che scava nelle pieghe dell’animo umano e della storia, un invito a non dimenticare e a riconciliarsi con le proprie radici, anche quelle più dolorose. Un’opera che, attraverso la forza della letteratura, ci ricorda come l’amore e la memoria possano resistere anche alle ferite più profonde della guerra.
