ROMA – Un’eco fragorosa si leva dal mondo politico in seguito alla recente sentenza del Tribunale di Palermo, che ha condannato lo Stato italiano a risarcire la Ong tedesca Sea Watch con 76mila euro, più 14mila di spese legali, per il fermo amministrativo della nave Sea Watch 3 avvenuto nel 2019. A infiammare il dibattito è il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, che, ospite di Mattino Cinque, ha lanciato un duro attacco alla magistratura, evocando un “pregiudizio politico” che si tradurrebbe in “un’azione contro l’Italia e gli italiani”. Le sue parole si inseriscono in un clima già teso, a poche settimane dal referendum sulla riforma della giustizia, e riaprono una ferita mai del tutto rimarginata nel rapporto tra potere esecutivo e ordine giudiziario.

La dura reazione di Salvini e del Governo

“Mi sembra che ci sia da parte di alcuni giudici un pregiudizio politico che si trasforma in un’azione contro l’Italia e gli italiani”, ha affermato Salvini, commentando la notizia. Il leader leghista ha poi posto una domanda retorica: “In Usa, Cina o Canada se una nave italiana avesse speronato una nave cinese, americana o canadese che fine avrebbe fatto?”. Per Salvini, questi giudici “non facciano il bene dell’Italia” e la soluzione risiederebbe nel voto favorevole al prossimo referendum sulla giustizia. “Chi vota sì sceglie di togliere la politica dai tribunali, il potere di nomina alle correnti che sono per la maggior parte di sinistra così da privilegiare il merito”, ha concluso.

Sulla stessa linea si è espressa la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha definito la sentenza “vergognosa” e che “lascia letteralmente senza parole”. La premier ha messo in discussione il ruolo dei magistrati, chiedendosi se il loro compito sia “far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettare la legge”. Queste dichiarazioni hanno trovato eco in diversi esponenti della maggioranza, che hanno parlato di “decisione assurda e inaccettabile” e di “messaggio devastante”.

I fatti del 2019: il caso Sea Watch 3 e Carola Rackete

Per comprendere appieno la portata della vicenda, è necessario tornare al giugno del 2019. La nave Sea Watch 3, capitanata dalla tedesca Carola Rackete, dopo aver soccorso 53 migranti al largo della Libia, si diresse verso il porto più vicino, Lampedusa. L’allora Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, aveva però imposto la politica dei “porti chiusi”, vietando l’ingresso nelle acque territoriali italiane. Dopo giorni di stallo in mare, con una situazione a bordo sempre più critica, Rackete decise di forzare il blocco, entrando nel porto di Lampedusa e urtando durante la manovra una motovedetta della Guardia di Finanza. L’episodio portò all’arresto della capitana, poi assolta, e al sequestro della nave.

Cosa dice realmente la sentenza: un’inerzia amministrativa

Contrariamente a quanto sostenuto da Salvini e da altri esponenti del governo, la sentenza del Tribunale di Palermo non entra nel merito della vicenda politica o dell’operato di Carola Rackete. Il risarcimento è stato disposto a causa di un’inerzia amministrativa. Nelle 14 pagine del provvedimento, i giudici spiegano come, in seguito al sequestro della nave disposto il 12 luglio 2019 in base al “decreto Sicurezza bis”, la Ong avesse presentato opposizione alla Prefettura di Agrigento il 21 settembre.

Secondo la legge, la Prefettura avrebbe avuto dieci giorni per rispondere con un’ordinanza motivata per mantenere il sequestro. Invece, non vi fu alcuna decisione per oltre un mese. Questo silenzio, per la normativa vigente, si è tradotto in un “silenzio-assenso”, che avrebbe dovuto comportare la cessazione automatica del sequestro e la restituzione della nave. Nonostante la diffida di Sea Watch, la Prefettura si oppose alla riconsegna dell’imbarcazione. Il Tribunale di Palermo, quindi, non ha fatto altro che riconoscere il diritto della Ong a riavere il proprio bene e a essere risarcita per i danni patrimoniali subiti durante il periodo di fermo illegittimo, quantificati in 76mila euro per spese come acqua, corrente e costi portuali.

È cruciale sottolineare che la Prefettura di Agrigento è un organo territoriale del governo, dipendente dal Ministero dell’Interno, che all’epoca dei fatti era guidato proprio da Matteo Salvini. La condanna, dunque, scaturisce non da un “pregiudizio politico” dei giudici, ma da una mancata azione di un ufficio che faceva capo al suo stesso ministero.

Lo scontro si sposta sul referendum per la giustizia

La vicenda si inserisce prepotentemente nel dibattito sul referendum costituzionale sulla giustizia, previsto per il 22 e 23 marzo. La maggioranza di governo sta spingendo per il “Sì”, sostenendo che la riforma, che prevede tra le altre cose la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sia necessaria per “togliere la politica dai tribunali” e ridurre il potere delle cosiddette “correnti” della magistratura, definite da Salvini “per la maggior parte di sinistra”. L’opposizione, invece, si è schierata in gran parte per il “No”, temendo un indebolimento dell’indipendenza della magistratura e un’eccessiva influenza del potere esecutivo.

Le dure reazioni alla sentenza Sea Watch sono state viste da molti come una strumentalizzazione del caso a fini elettorali, per orientare l’opinione pubblica in vista del voto. Il presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha replicato agli attacchi sottolineando che “denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto ad ogni cittadino”. Anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha richiamato alla necessità di “rispetto reciproco” tra le istituzioni.

Il caso Sea Watch, dunque, trascende la cronaca e diventa un simbolo dello scontro, sempre più acceso, tra politica e magistratura, un conflitto che rischia di erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e che troverà nel referendum di marzo un nuovo, cruciale, campo di battaglia.

Di veritas

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