Un vero e proprio terremoto politico si è scatenato in seguito alle recenti dichiarazioni del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, sulle “degenerazioni correntizie” all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). In un’intervista alla stampa locale veneta, il Guardasigilli ha utilizzato termini forti, parlando di un “meccanismo ‘para-mafioso'” che solo il sorteggio, previsto dalla riforma della giustizia, potrebbe smantellare. Di fronte all’immediata e veemente reazione delle opposizioni e di parte della magistratura, Nordio ha replicato sostenendo di non aver espresso un concetto proprio, bensì di aver citato parole pronunciate nel settembre 2019 dal noto pubblico ministero Nino Di Matteo.
La difesa di Nordio: “Ho solo citato Di Matteo”
Il Ministro ha precisato: “Non capisco tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni sulle correnti del CSM. Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra, riportate dal Fatto quotidiano e da altri giornali, quindi fonti non particolarmente vicine a noi”. Nordio ha sottolineato come Di Matteo, all’epoca, avesse parlato esplicitamente di “mentalità e metodo mafioso” in riferimento alle logiche di appartenenza correntizia come unico strumento per fare carriera e ottenere tutele. Il Guardasigilli ha inoltre annunciato l’intenzione di pubblicare un elenco di dichiarazioni simili, pronunciate in passato da altri esponenti critici verso il sistema, per dimostrare come la sua non sia una polemica isolata o strumentale.
Le parole originali di Di Matteo, pronunciate in diverse occasioni tra il 2019 e il 2020, denunciavano come “l’appartenenza a una cordata” fosse diventata “l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati”, un criterio da lui definito “molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”. Questa posizione, ribadita anche durante la sua candidatura al CSM, mirava a scardinare un sistema che, a suo dire, minava l’indipendenza e la credibilità della magistratura.
Le reazioni del mondo politico e della magistratura
Le affermazioni di Nordio hanno provocato un’ondata di sdegno. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha parlato di dichiarazioni che “offendono la memoria delle vittime della mafia” e che rischiano di delegittimare l’intero ordine giudiziario, avvelenando il confronto istituzionale. Dal fronte politico, le opposizioni sono insorte. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha definito le parole del ministro “gravissime” e “inaccettabili”, chiedendo un’immediata presa di distanza da parte della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Anche il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, e altri esponenti di sinistra hanno condannato fermamente l’accostamento tra magistratura e mafia.
La maggioranza di governo, attraverso il responsabile Giustizia di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro, ha invece difeso il ministro, sostenendo che, al di là dei toni, “il sistema paramafioso esiste”. La polemica si è ulteriormente infiammata con un botta e risposta tra Nordio e il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha definito “inaccettabili” le parole del Guardasigilli, inserendole in un clima di tensione crescente in vista del referendum sulla riforma della giustizia.
Lo stesso Nino Di Matteo, tirato in causa direttamente, pur confermando le sue passate critiche al correntismo, ha preso le distanze dall’uso che ne è stato fatto, affermando che la riforma proposta dal governo “accentua il rischio di un controllo politico sull’intera magistratura”, aggravando le degenerazioni che lui stesso aveva denunciato.
Il contesto: le correnti e la riforma della Giustizia
La questione delle correnti all’interno della magistratura è un tema dibattuto da decenni. Nate come espressione di diversi orientamenti culturali e programmatici, le correnti (tra cui le storiche Magistratura democratica, Magistratura Indipendente e Unicost) sono state spesso accusate di essersi trasformate in centri di potere in grado di influenzare nomine, trasferimenti e procedimenti disciplinari all’interno del CSM, l’organo di autogoverno della magistratura ordinaria. Lo scandalo Palamara ha portato alla luce queste dinamiche, mostrando un sistema di spartizione di incarichi basato su logiche di appartenenza.
Le dichiarazioni di Nordio si inseriscono nel più ampio e acceso dibattito sulla riforma della giustizia voluta dal governo, che sarà sottoposta a referendum confermativo. Uno dei punti cardine della riforma è proprio la modifica del sistema di elezione dei membri togati del CSM, con l’introduzione del sorteggio per “rompere il meccanismo correntizio”. Secondo il governo, questo strumento garantirebbe maggiore imparzialità e terzietà, mentre i critici temono un indebolimento dell’autogoverno della magistratura e un passo verso un maggiore controllo da parte del potere esecutivo.
La vicenda evidenzia una frattura profonda e uno scontro istituzionale di vasta portata, in cui la critica alle distorsioni del sistema giudiziario si intreccia con la battaglia politica su una riforma costituzionale destinata a ridisegnare gli equilibri tra i poteri dello Stato.
