ROMA – Un nuovo, aspro fronte si è aperto tra il Governo e una parte della magistratura, infiammando il già rovente dibattito pubblico sull’immigrazione e la sicurezza. A innescare la polemica è stata la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che attraverso un video diffuso sui canali social ha denunciato il caso di un cittadino algerino, irregolare sul territorio italiano e con un curriculum criminale di 23 condanne, che non solo non verrà trattenuto in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) né trasferito in Albania, ma riceverà anche un risarcimento di 700 euro dal Ministero dell’Interno. La vicenda ha immediatamente assunto i contorni di uno scontro istituzionale, con la premier che ha puntato il dito contro “una parte politicizzata della magistratura” accusata di “ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa”.
I dettagli del caso che ha scatenato la polemica
Al centro della contesa vi è Redouane Laaleg, cittadino algerino di 56 anni, presente in Italia dal 1995. A suo carico, un impressionante elenco di 23 sentenze di condanna emesse tra il 1999 e il 2023 per reati contro la persona, il patrimonio e la pubblica amministrazione, tra cui spicca un episodio di lesioni per aver aggredito una donna a calci e pugni. L’uomo, noto anche con 13 alias, era già stato destinatario di due decreti di espulsione per pericolosità sociale emessi dalle prefetture di Cuneo e Alessandria.
La vicenda giudiziaria più recente ha avuto inizio dopo la sua scarcerazione dal carcere di Cuneo nel febbraio 2025. Le autorità avevano disposto il suo trasferimento presso il CPR di Gradisca d’Isonzo e, successivamente, il 10 aprile, nel nuovo centro di Gjader, in Albania, in applicazione del controverso protocollo tra i due Paesi per la gestione dei migranti in attesa di rimpatrio. Tuttavia, la difesa dell’uomo ha presentato ricorso, sostenendo che il trasferimento in Albania fosse avvenuto senza un provvedimento scritto e motivato e con modalità lesive della dignità personale.
Con una sentenza del 10 febbraio 2026, il Tribunale di Roma ha dato ragione al ricorrente, condannando il Ministero dell’Interno per “condotta colposa” e “mancata osservanza di regole di buona amministrazione”. I giudici hanno rilevato un vizio procedurale nel trasferimento, che ha portato alla decisione di riconoscere un risarcimento di 700 euro. È importante sottolineare che la sentenza, pur criticando le modalità del trasferimento, non ha messo in discussione la legittimità del “modello Albania” nel suo complesso, ma si è concentrata sulla violazione delle garanzie procedurali individuali.
La reazione della Premier e lo scontro istituzionale
Le parole di Giorgia Meloni non si sono fatte attendere. Nel suo videomessaggio, la Presidente ha espresso sconcerto per una decisione che, a suo dire, sanziona lo Stato per aver tentato di far rispettare le regole. “Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per questo, per ristabilire regole chiare e farle rispettare”, ha affermato, ribadendo la determinazione del suo governo a procedere con le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare. L’attacco diretto a una “parte politicizzata della magistratura” ha riacceso un conflitto latente, con l’esecutivo che percepisce un ostacolo all’implementazione della propria agenda politica in materia di sicurezza e gestione dei flussi migratori.
La vicenda si inserisce in un contesto già teso, segnato da un dibattito acceso sull’efficacia e la legittimità dei CPR e dell’accordo con l’Albania. Quest’ultimo, in particolare, è stato oggetto di critiche da parte delle opposizioni e di diverse organizzazioni per i diritti umani, che sollevano dubbi sulla sua conformità con il diritto internazionale e sui costi, stimati in quasi un miliardo di euro.
Il contesto normativo: tra decreti sicurezza e il “Modello Albania”
L’azione del governo Meloni in materia di immigrazione si è concretizzata in una serie di provvedimenti, tra cui il cosiddetto “Decreto Cutro”, volto a inasprire le pene per i trafficanti di esseri umani e a modificare le norme sulla protezione speciale. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più efficaci i rimpatri e di rafforzare gli strumenti di contrasto all’irregolarità. I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) sono uno strumento centrale in questa strategia. Si tratta di strutture di detenzione amministrativa dove vengono trattenuti i cittadini stranieri irregolari in attesa di essere espulsi. La normativa ha visto nel tempo un progressivo aumento della durata massima del trattenimento, oggi fissata a 180 giorni.
Tuttavia, l’efficacia di questi centri è spesso messa in discussione. I dati mostrano che solo una parte delle persone trattenute viene effettivamente rimpatriata, mentre le condizioni di vita all’interno delle strutture sono state più volte denunciate come degradanti. In questo quadro si inserisce il protocollo con l’Albania, che prevede la creazione di centri sul suolo albanese per la gestione delle procedure di frontiera e di rimpatrio, un modello che solleva complesse questioni giuridiche e che, come dimostra il caso in esame, si scontra con la necessità di garantire i diritti fondamentali e le corrette procedure amministrative.
Il caso del cittadino algerino, al di là del suo specifico esito giudiziario, diventa così emblematico di una tensione più profonda tra l’esigenza di sicurezza e controllo dei flussi migratori, cavallo di battaglia del governo, e la tutela delle garanzie individuali e dello stato di diritto, presidiata dalla magistratura. Uno scontro che, sullo sfondo dell’imminente referendum sulla giustizia, assume una valenza politica ancora più forte, delineando una frattura tra poteri dello Stato che rischia di avere ripercussioni ben oltre la gestione del fenomeno migratorio.
