“Ogni volta che vedo il sangue mi ricordo della Siria”. Sono le parole, incise nella memoria e nell’anima, di Israa, oggi 21enne, protagonista del toccante documentario “One in a Million”. Il film, diretto dalla regista di origine siriana Itab Azzam e dal marito Jack MacInnes, ha recentemente trionfato al prestigioso Sundance Film Festival, aggiudicandosi due dei riconoscimenti più ambiti: il premio per la regia e quello del pubblico nella sezione World Cinema Documentary. Un’opera che, nell’arco di dieci anni, segue il percorso di crescita di una bambina costretta a diventare adulta troppo in fretta, un viaggio non solo geografico ma soprattutto interiore, tra le macerie di un passato doloroso e le sfide di un futuro incerto.
Dieci anni in un istante: la storia di Israa
L’incontro tra i registi e Israa avviene nel 2015 in Turchia. Lei ha solo 11 anni, un sorriso vivace e occhi pieni di speranza nonostante l’orrore da cui è fuggita. Scappata con la famiglia dalla città martoriata di Aleppo, lavora per strada vendendo sigarette con il padre Tarek, contribuendo a raccogliere il necessario per il grande viaggio verso la salvezza: la Germania. Inizia così un’odissea che i cineasti decidono di documentare passo dopo passo, attraversando otto paesi, in gran parte a piedi, insieme a Israa, ai suoi genitori e ai suoi fratelli. Un viaggio disperato, simile a quello di milioni di persone in fuga dalla guerra, segnato da notti al gelo e traumi indelebili, come la morte di due bambini per il freddo durante il tragitto, un evento che scuote profondamente la giovane Israa.
Come spiegato dalla regista Itab Azzam, la scelta di seguire Israa per un decennio non è stata casuale: “Speravamo profondamente che Israa trovasse una vita migliore. Ma sapevamo che solo il tempo avrebbe potuto dirlo”. E il tempo, infatti, si rivela un narratore complesso, capace di svelare le molteplici sfaccettature dell’esperienza dei rifugiati, ben oltre il lieto fine dell’arrivo in un luogo sicuro.
L’impatto con l’Occidente: libertà e fratture
L’arrivo in Germania segna l’inizio di un nuovo capitolo, carico di promesse ma anche di insidie. Inizialmente, la famiglia sembra abbracciare con entusiasmo le nuove opportunità. Israa si ambienta rapidamente a scuola, mostrando una straordinaria resilienza. Sua madre, Nisreen, dopo anni di matrimonio combinato e una vita prevalentemente domestica, assapora per la prima volta un senso di libertà inaspettato, desiderosa di “aprire i miei occhi e quelli dei miei figli”.
Tuttavia, è proprio questo anelito alla libertà a creare le prime, profonde crepe all’interno del nucleo familiare. Il padre, Tarek, dopo un’iniziale curiosità, si scontra con una cultura che percepisce come una minaccia ai valori tradizionali siriani. Il documentario mostra con sensibilità e senza giudizio il conflitto crescente tra il desiderio di mantenere vive le proprie radici e la spinta verso l’integrazione, uno scontro che trascina padri e figlie, uomini e donne, in direzioni opposte, culminando in una dolorosa rottura familiare e in episodi di violenza. La storia, come sottolinea la regista, diventa quella di “come si mantengono le relazioni in una famiglia di fronte a una nuova cultura”.
La ricerca di sé: tra identità e religione
Il percorso di Israa è anche una continua ricerca della propria identità. L’adolescenza la vede confrontarsi con le complessità di una doppia appartenenza. In questo contesto si inserisce l’incontro con Mohammed, un ragazzo più grande che la porta a riavvicinarsi alla religione islamica. Una scelta personale e matura che la conduce a indossare nuovamente l’hijab, non come imposizione ma come riscoperta di un senso profondo di appartenenza. Questo aspetto della sua vita aggiunge un ulteriore livello di complessità al suo personaggio, mostrando come l’identità sia un mosaico fluido e in continua evoluzione, specialmente per chi vive a cavallo tra due mondi.
Il documentario, prodotto da KEO Films per BBC Storyville e FRONTLINE FEATURES, e distribuito negli Stati Uniti da PBS Distribution, non si limita a narrare una storia di migrazione, ma offre uno spaccato intimo e potente sulle conseguenze psicologiche e sociali della guerra e dell’esilio. “La guerra non è la cosa più difficile che una persona possa affrontare. Non è difficile come quello che viene dopo”, recita una frase all’inizio del film, racchiudendo l’essenza di un’opera che indaga il trauma, la resilienza e l’incessante lotta per la libertà, non solo fisica, ma soprattutto interiore.
