Mentre l’Italia si prepara a uno dei passaggi più significativi per il proprio assetto democratico, il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia previsto per il 22 e 23 marzo, le librerie accolgono dal 3 marzo un saggio destinato a scuotere il dibattito pubblico. Si tratta de “Il ritorno della casta” (Bompiani), l’ultima fatica letteraria di Sigfrido Ranucci, giornalista d’inchiesta di lungo corso e volto noto del programma televisivo Report. Con uno stile affilato e un’analisi documentata, Ranucci traccia un percorso a ritroso lungo cinquant’anni di storia italiana, alla ricerca di quel “filo nero” che, a suo dire, collega i santuari della loggia massonica Propaganda Due (P2) di Licio Gelli alle stanze del potere contemporaneo.
Un progetto di restaurazione: l’erosione dell’autonomia della magistratura
Secondo la tesi centrale del libro, l’attuale proposta di riforma della giustizia non sarebbe un evento isolato, ma l’approdo finale di un meticoloso e persistente progetto di restaurazione. Un disegno che, fin dagli albori della Repubblica e con un’accelerazione dopo la stagione di “Tangentopoli”, avrebbe mirato a erodere progressivamente l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Ranucci descrive questo processo come una sorta di “omeopatizzazione” dell’azione giudiziaria, una strategia volta a depotenziare dall’interno uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, con ripercussioni dirette sull’equilibrio democratico del Paese.
Le tappe normative di un indebolimento progressivo
Il volume ripercorre con precisione le principali tappe normative che hanno segnato il controverso rapporto tra politica e giustizia in Italia. L’analisi parte dalla riforma Castelli del 2005, varata durante il secondo governo di Silvio Berlusconi, un provvedimento che fu solo parzialmente attuato a causa del rinvio di una sua parte alle Camere da parte dell’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, per sospetti profili di incostituzionalità. Si prosegue con la riforma promossa da Clemente Mastella, che secondo l’autore portò a un drastico calo delle inchieste per reati come la concussione, fino ad arrivare alla più recente riforma di Marta Cartabia, criticata per l’introduzione dell’improcedibilità e per le nuove disposizioni in materia di comunicazione giudiziaria, viste come un “bavaglio” alla cronaca. Questo percorso, secondo Ranucci, ha inciso in modo significativo sulla capacità investigativa dei magistrati e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
La riforma attuale: “l’ultimo assalto”
Il sottotitolo del libro, “Giustizia: l’ultimo assalto”, non lascia spazio a interpretazioni. Ranucci descrive l’attuale riforma, che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e istituisce due distinti Consigli Superiori della Magistratura, come il culmine di questa strategia. L’autore contesta la narrazione propagandistica che promette una giustizia più rapida ed efficiente. Al contrario, attraverso la sua analisi, evidenzia i rischi concreti di un aumento dei costi, di una possibile paralisi burocratica e, soprattutto, della creazione di una giustizia a due velocità: un’autostrada garantista per i “colletti bianchi” e i potenti, e un percorso a ostacoli per i cittadini comuni, in particolare per le fasce più deboli della popolazione.
La riforma, che sarà sottoposta a referendum confermativo senza quorum, prevede in particolare:
- La separazione formale delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti.
- L’istituzione di due Consigli Superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
- L’introduzione di una Corte disciplinare di rango costituzionale.
- Il ricorso al sorteggio per la selezione dei componenti degli organi di autogoverno, con l’intento di limitare il ruolo delle correnti interne alla magistratura.
Votare “SÌ” significherà confermare queste modifiche costituzionali, mentre votare “NO” comporterà il mantenimento dell’assetto attuale.
Un autore in prima linea
Sigfrido Ranucci, nato a Roma nel 1961, è una figura di spicco del giornalismo d’inchiesta italiano. In Rai dal 1990, ha lavorato come inviato per il Tg3 e Rai News 24, realizzando inchieste su temi scottanti come il traffico illecito di rifiuti e la mafia. Ha coperto eventi internazionali di grande impatto come l’attentato alle Torri Gemelle e lo tsunami a Sumatra, e ha documentato le violazioni dei diritti umani in contesti di guerra. Dal 2017 conduce Report, programma che ha ereditato da Milena Gabanelli. La sua carriera è costellata di lavori coraggiosi che gli sono valsi riconoscimenti ma anche minacce, tanto da essere sotto scorta dal 2021. “Il ritorno della casta” si inserisce in un percorso autoriale che comprende altri successi editoriali come “La scelta” (Bompiani, 2024), diventato un bestseller da cui è stato tratto anche uno spettacolo teatrale.
