SANTA MARIA CAPUA VETERE (Caserta) – Parole pesanti come macigni, che squarciano il velo su una delle pagine più cupe della storia penitenziaria italiana. “Ho visto agenti che hanno picchiato, dato schiaffi e manganellate ai detenuti, qualcuno ha perso la testa… non sono intervenuto per porre fine alle violenze perché si trattava di episodi durati per breve tempo, in cui non ho notato accanimento. E perché il personale era esasperato”. A parlare in aula è Pasquale Colucci, comandante della Polizia Penitenziaria e uno dei 105 imputati nel maxi-processo per i pestaggi avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. Una deposizione, resa in qualità di imputato, che ha lasciato attonita la Corte e ha provocato l’immediata e dura reazione del pubblico ministero, Daniela Pannone.

La giustificazione dell’omissione e lo scontro con il PM

La testimonianza di Colucci, all’epoca dei fatti ufficiale più alto in grado presente nell’istituto casertano e figura di spicco nell’amministrazione penitenziaria campana, era tra le più attese del dibattimento. Le sue ammissioni non hanno deluso le aspettative, pur aprendo un baratro di interrogativi. Alla domanda diretta del PM Pannone: “Non è intervenuto per far sfogare gli agenti dunque?”, Colucci ha risposto negando l’intenzione ma ammettendo la colpa. “No, erano condotte da censurare ma che non ho censurato”, ha dichiarato, adducendo come motivazione la “frustrazione” che serpeggiava tra il personale a seguito delle proteste e del barricamento dei detenuti avvenuti nei giorni precedenti. “In quel momento non ho analizzato lucidamente le decisione che dovevo prendere, ma sono qui per assumermi le mie responsabilità”, ha concluso.

Il contesto: una “orribile mattanza” in pieno lockdown

I fatti contestati risalgono al 6 aprile 2020, in pieno lockdown per la pandemia di Covid-19. Quella che doveva essere una perquisizione straordinaria nel reparto Nilo del carcere “Francesco Uccella” si trasformò in quella che il GIP ha definito una “ignobile mattanza”. Le immagini delle telecamere di sorveglianza, acquisite agli atti, mostrano scene di violenza inaudita: detenuti costretti a passare in un corridoio umano di agenti che li colpiscono con calci, pugni e manganellate, alcuni trascinati per le scale, altri umiliati e percossi nelle loro celle. Un’azione che la Procura ha descritto come una vera e propria “spedizione punitiva”. Il maxi-processo vede alla sbarra 105 persone, tra cui agenti, funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e medici, con accuse che vanno dalla tortura alle lesioni, fino all’omicidio colposo per la morte di un detenuto algerino.

Lo scaricabarile delle responsabilità

La deposizione di Colucci si inserisce in un complesso gioco di accuse e scarico di responsabilità tra i vertici della catena di comando. L’imputato, che all’epoca era anche comandante del Gruppo di Intervento Operativo (GIO) – un nucleo speciale creato dall’allora provveditore regionale Antonio Fullone (anch’egli imputato) per gestire le situazioni critiche – ha sostenuto che le modalità operative della perquisizione furono decise dal comandante del carcere di Santa Maria, Gaetano Manganelli, al quale si sentiva “subordinato”. Una versione che cozza con quanto dichiarato in precedenza da altri imputati, che avevano indicato proprio in Colucci una figura decisionale centrale. Emerge così un quadro frammentato, un “tutti contro tutti” giudiziario in cui ognuno cerca di allontanare da sé le responsabilità più gravi.

Un processo storico per il reato di tortura

Questo processo è considerato uno dei più grandi e importanti nella storia della Repubblica italiana per il reato di tortura, introdotto nell’ordinamento solo nel 2017. La contestazione di tale reato a un numero così elevato di pubblici ufficiali lo rende un caso emblematico. L’inchiesta ha svelato un sistema di violenza che, secondo l’accusa, non può essere derubricato a poche “mele marce”, ma solleva il sospetto di una violenza “sistemica e sistematica”. Mentre il processo prosegue, con la visione di ore di filmati e l’ascolto di numerose testimonianze, la società civile e le associazioni per i diritti dei detenuti, come Antigone, seguono con attenzione, sperando che si faccia piena luce su una vicenda che ha inferto una profonda ferita allo Stato di diritto.

Di veritas

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