Lima – Ancora una volta, il Perù si trova a navigare nelle acque agitate di una profonda crisi istituzionale. Il presidente interino, José Jerí, salito al potere nell’ottobre del 2025 dopo la controversa destituzione di Dina Boluarte, è ora lui stesso al centro di una bufera politica che potrebbe portare alla sua rimozione. Il Congresso della Repubblica ha infatti raggiunto e superato la soglia necessaria di 78 firme per convocare una sessione plenaria straordinaria, con un unico punto all’ordine del giorno: dibattere e votare la mozione di censura contro la presidenza del Parlamento, carica che Jerí detiene e che, per successione costituzionale, lo ha reso capo di Stato.
Lo Scandalo degli Incontri Segreti: il “Chifagate”
A innescare la crisi è stato uno scandalo, soprannominato dalla stampa locale “Chifagate”, relativo a una serie di incontri non ufficiali tra il presidente Jerí e l’imprenditore cinese Yang Zhihua. Le riunioni, avvenute in un’abitazione privata e in un ristorante, sono state documentate da telecamere di sicurezza che mostrano Jerí tentare di passare inosservato, indossando un cappuccio e occhiali da sole. La natura di questi incontri ha sollevato pesanti sospetti di favoritismi e potenziali atti illeciti, considerando che l’imprenditore in questione è un appaltatore dello Stato.
La difesa del presidente è apparsa debole e non ha convinto l’opposizione né l’opinione pubblica. Jerí ha minimizzato l’accaduto, sostenendo di essersi recato a tali incontri per motivi puramente personali, come “mangiare cibo cinese” o acquistare caramelle. Spiegazioni che i legislatori hanno giudicato insufficienti e poco credibili, alimentando ulteriormente la richiesta di trasparenza e la determinazione a procedere con la mozione di censura. Lo scandalo si è ulteriormente aggravato con l’apertura di un’indagine da parte della Procura per presunto traffico di influenze, non solo per i legami con imprenditori, ma anche per la sospetta assunzione di giovani funzionarie che si erano incontrate privatamente con lui.
Una Procedura di Rimozione Semplificata
La posizione di José Jerí è particolarmente precaria. Essendo diventato presidente ad interim in qualità di capo del Congresso (dopo la destituzione di Dina Boluarte, che a sua volta non aveva vicepresidenti), la procedura per la sua rimozione è più snella rispetto alla complessa “vacancia” presidenziale per “incapacità morale permanente” prevista dalla Costituzione per un presidente eletto.
In questo caso, la mozione di censura è diretta contro l’ufficio di presidenza del Parlamento. Per far decadere Jerí sia dalla carica di presidente del Congresso che, di conseguenza, da quella di capo dello Stato, saranno sufficienti 66 voti a favore, ovvero la metà più uno dei membri del Parlamento. Un traguardo che, dato l’ampio e trasversale malcontento, appare tutt’altro che irraggiungibile.
- Firme raccolte: 78, sufficienti per convocare il plenum straordinario.
- Voti necessari per la censura: 66.
- Conseguenza della censura: Decadenza immediata dalla carica di Presidente della Repubblica e di Presidente del Congresso.
Un Paese in Balia dell’Instabilità Cronica
Questa ennesima crisi non fa che confermare la cronica instabilità politica che affligge il Perù da quasi un decennio. Jerí è il settimo presidente del paese in meno di dieci anni, una successione vorticosa di capi di Stato che testimonia la profonda frattura tra il potere esecutivo e quello legislativo, oltre che una diffusa sfiducia dei cittadini verso le istituzioni.
La sua ascesa era seguita alla destituzione di Dina Boluarte, a sua volta subentrata a Pedro Castillo, arrestato nel 2022 dopo aver tentato un auto-golpe. Ogni cambio al vertice è stato segnato da proteste sociali, incertezza economica e una paralisi politica che ostacola le riforme necessarie per il paese.
Se la mozione di censura dovesse passare, secondo il regolamento parlamentare, i vicepresidenti del Congresso assumerebbero temporaneamente il controllo per eleggere un nuovo presidente dell’assemblea, che diventerebbe a sua volta il nuovo presidente interino del Perù. Questo nuovo leader avrebbe il compito di traghettare il paese verso le elezioni generali, già in programma per l’aprile del 2026, in un clima di crescente tensione e disillusione.
Mentre il Congresso si prepara a decidere le sorti del presidente, il Perù trattiene il fiato, consapevole che l’esito di questa votazione scriverà un nuovo, incerto capitolo della sua già travagliata storia democratica.
