Un’inchiesta approfondita condotta dai Democratici della Commissione per le relazioni estere del Senato ha portato alla luce dati allarmanti sulla gestione dei fondi pubblici destinati alle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Secondo un rapporto pubblicato di recente, lo scorso anno sono stati spesi non meno di 40 milioni di dollari per deportare circa 300 migranti verso Paesi con i quali non avevano alcun legame preesistente. Questa cifra si traduce in un costo medio per contribuente di circa 133.333 dollari per ogni individuo deportato.
L’indagine, guidata dalla senatrice Jeanne Shaheen, descrive la pratica della deportazione verso Paesi terzi come “costosa, che comporta sprechi e poco controllata”, chiedendo un’attenta e seria valutazione di una politica che, ad oggi, opera “principalmente all’oscuro”. Il rapporto, frutto di una revisione durata dieci mesi, solleva un velo su una strategia governativa che appare tanto onerosa quanto poco trasparente.
Cifre da capogiro e accordi internazionali
Il documento di 30 pagine entra nel dettaglio dei flussi finanziari, rivelando che oltre 32 milioni di dollari sono stati inviati direttamente, e in alcuni casi anticipatamente, a cinque nazioni specifiche: Guinea Equatoriale, Ruanda, El Salvador, Eswatini (ex Swaziland) e Palau. Questi Paesi hanno siglato accordi per accogliere i migranti espulsi dagli Stati Uniti.
L’analisi dei costi per singolo migrante evidenzia discrepanze notevoli e casi limite. Ad esempio, il Ruanda ha ricevuto 7,5 milioni di dollari per accogliere, a gennaio 2026, soltanto sette migranti, portando il costo per ciascuno a circa 1,1 milioni di dollari. Al contrario, El Salvador ha accolto il numero maggiore di persone, circa 250, in gran parte venezuelani, con un costo per migrante di circa 20.755 dollari. La Guinea Equatoriale ha ricevuto 29 persone, mentre Palau, nonostante abbia già incassato 7,5 milioni di dollari, a gennaio non aveva ancora accolto nessun migrante.
Il rapporto evidenzia anche casi di palese inefficienza gestionale. Un esempio emblematico è quello di un cittadino giamaicano inviato in Eswatini con una spesa di oltre 181.000 dollari, nonostante un tribunale statunitense avesse già stabilito il suo rimpatrio in Giamaica. Poche settimane dopo, l’uomo è stato effettivamente rimpatriato in Giamaica con un ulteriore volo a carico dei contribuenti americani.
Una strategia ad ampio raggio
I Paesi esaminati nel rapporto rappresentano solo la punta dell’iceberg di uno sforzo molto più vasto. Secondo quanto riportato da Associated Press, l’amministrazione Trump ha in corso trattative per accordi simili con ben 47 nazioni. Di questi, 15 sarebbero già stati conclusi e altri 10 sarebbero in fase di finalizzazione, delineando una rete globale per la gestione esterna dei flussi migratori.
La logica dietro a questa politica, secondo un funzionario statunitense citato nel rapporto, sarebbe quella di fungere da deterrente. La scelta di destinazioni remote come Palau o Eswatini avrebbe lo scopo di comunicare ai migranti la minaccia di essere “letteralmente lasciati in mezzo al nulla”, spingendoli a desistere dalle richieste di asilo.
La difesa del Dipartimento di Stato
Di fronte a queste critiche, il Dipartimento di Stato, che supervisiona i negoziati di questi accordi, difende fermamente la pratica. Un portavoce ha dichiarato che il rapporto non fa che sottolineare “il lavoro senza precedenti che l’amministrazione Trump ha svolto per applicare le nostre leggi sull’immigrazione”. La Casa Bianca ribadisce che il programma di deportazione è una promessa centrale della campagna elettorale e una componente essenziale per porre fine all’immigrazione illegale e rimuovere i criminali clandestini dal Paese.
Mancanza di trasparenza e rischi
Un aspetto particolarmente criticato dal panel democratico è la mancanza di supervisione e trasparenza. I fondi vengono trasferiti direttamente ai governi stranieri, senza l’utilizzo di partner terzi fidati o revisori esterni per monitorare come vengono spese le ingenti somme di denaro. Questo solleva preoccupazioni significative, specialmente quando si tratta di Paesi con alti tassi di corruzione o violazioni dei diritti umani. “Senza supervisione, non si sa se i fondi statunitensi stiano facilitando la corruzione o altri abusi”, afferma il rapporto.
Inoltre, la politica di deportazione verso Paesi terzi, secondo i critici, mira a instillare paura tra i migranti per incoraggiare l’auto-deportazione. Tuttavia, l’impatto misurabile di questa costosa strategia sull’agenda generale delle deportazioni dell’amministrazione sembra essere minimo, lasciando aperti seri dubbi sulla sua efficacia complessiva.
