Scontro frontale tra Governo e Sindacati sul potere d’acquisto
Un acceso dibattito economico e politico infiamma l’Italia, con il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, che ha lanciato un duro attacco alle dichiarazioni della Premier Giorgia Meloni riguardo la salute economica del paese. Durante la trasmissione “Piazzapulita” su La7, Landini ha definito “pure balle” le affermazioni del Presidente del Consiglio, secondo cui il potere d’acquisto pro capite sarebbe cresciuto dell’1,7% nel terzo trimestre del 2025. Una visione ottimistica che, secondo il sindacalista, si scontra con la realtà quotidiana vissuta da milioni di lavoratori e pensionati.
“La gente lo vede. Il potere d’acquisto è calato”, ha affermato con forza Landini, citando studi di autorevoli istituti come l’Inps e Mediobanca a sostegno della sua tesi. La critica si è fatta ancora più aspra quando ha sottolineato come il governo, in qualità di datore di lavoro per i dipendenti pubblici, stia di fatto “programmando la riduzione del potere d’acquisto” a fronte di un’inflazione che ha colpito duramente i redditi.
Il nodo del Fiscal Drag e il ruolo dei rinnovi contrattuali
Al centro della controversia vi è il meccanismo del fiscal drag, o drenaggio fiscale. Landini ha spiegato che, sebbene i salari abbiano registrato una crescita, questa non è stata sufficiente a proteggere il potere d’acquisto. Il motivo? L’aumento nominale delle retribuzioni ha spinto molti contribuenti in scaglioni IRPEF più alti, traducendosi in un maggior carico fiscale. “Attraverso il fiscal drag pensionati e dipendenti hanno pagato più tasse: 25 miliardi che non dovevano pagare”, ha denunciato il leader della CGIL. Questo fenomeno, in sostanza, vanifica parte degli aumenti ottenuti, erodendo i benefici in busta paga.
Landini ha inoltre precisato che gli eventuali aumenti salariali non sono un merito del governo, ma il frutto dei rinnovi contrattuali. I dati Istat relativi al terzo trimestre del 2025 indicano che la crescita delle retribuzioni contrattuali, seppur presente, ha mostrato un rallentamento. A fine settembre 2025, infatti, risultavano ancora 29 contratti in attesa di rinnovo, coinvolgendo circa 5,6 milioni di dipendenti, pari al 43,1% del totale. Questo ritardo contribuisce ad acuire le difficoltà per una vasta platea di lavoratori.
Industria in affanno: i dati Istat e le crisi settoriali
Le preoccupazioni del sindacato non si limitano ai salari, ma si estendono alla salute del sistema produttivo nazionale. Commentando gli ultimi dati Istat, che hanno certificato un calo della produzione industriale anche per il 2025, Landini ha dipinto un quadro allarmante. “Siamo a 560 milioni di ore di cassa integrazione perché il calo della produzione determina anche un calo delle attività lavorative”, ha dichiarato, evidenziando come la crisi stia impattando direttamente sull’occupazione.
Secondo l’Istat, la produzione industriale italiana nel 2025 è diminuita dello 0,2% rispetto all’anno precedente, segnando il terzo anno consecutivo di flessione. Sebbene il calo sia più contenuto rispetto agli anni precedenti, conferma una difficoltà strutturale del settore. Settori strategici come l’acciaio (con il caso emblematico dell’ex Ilva), l’automotive e la chimica “rischiano di andare a sbattere”. In particolare, il comparto chimico, quello tessile-abbigliamento e l’industria del legno e della carta hanno registrato flessioni significative.
La situazione di Stellantis è emblematica della crisi del settore automotive. La produzione in Italia ha subito un crollo nel 2025, con dati Fim-Cisl che parlano di un -20% rispetto al 2024. Landini ha criticato l’assenza di una strategia governativa, chiedendo che l’azienda venga a riferire direttamente a Palazzo Chigi, un’istanza finora inascoltata.
L’assenza di una politica industriale
Il quadro delineato da Maurizio Landini converge su un punto critico: “l’assenza di una politica industriale”. La vendita di importanti aziende nazionali e l’erogazione di “soldi a pioggia” sono, secondo il segretario della CGIL, sintomi di una mancanza di visione strategica da parte dell’esecutivo. Per l’ex Ilva, il sindacato chiede da tempo un intervento pubblico deciso, mentre per Stellantis si lamenta la scarsa mobilitazione delle istituzioni, a differenza dell’impegno profuso da sindacati come la Fiom e la Cgil.
La critica si estende alla gestione complessiva delle crisi aziendali e alla capacità del governo di attrarre e mantenere investimenti strategici nel paese, come dimostra l’incertezza sul futuro dello stabilimento di Termoli dopo lo stop al progetto della Gigafactory. L’appello è a un cambio di passo, per trasformare i timidi segnali di stabilizzazione in una vera e propria inversione di tendenza per l’industria italiana.
