Una nuova, flebile luce si accende sul sentiero della diplomazia nel conflitto russo-ucraino. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha aperto alla possibilità di un nuovo round di colloqui con la Federazione Russa, indicando come date probabili il 17 o 18 febbraio e, per la prima volta, una sede negli Stati Uniti. La notizia, diffusa durante un’intervista con l’agenzia Bloomberg e ripresa da numerosi media internazionali, introduce un elemento di novità nel complesso puzzle dei negoziati, ma è accompagnata da profonde incertezze, prima fra tutte la conferma della partecipazione di Mosca.
Al centro dell’agenda diplomatica, secondo quanto riportato, vi sarebbe una proposta avanzata dagli Stati Uniti per la creazione di una “zona economica franca” come area cuscinetto nella martoriata regione orientale del Donetsk. Un’ipotesi che, tuttavia, sembra destinata a un percorso in salita, come ammesso dallo stesso Zelensky.
Una Proposta Accolta con Scetticismo
L’idea di una zona demilitarizzata a statuto economico speciale non scalda i cuori né a Kiev né, presumibilmente, a Mosca. “Nessuna delle parti è favorevole all’idea della zona franca, né i russi né noi. Abbiamo opinioni diverse al riguardo”, ha dichiarato senza mezzi termini il leader ucraino. Le ragioni di questa freddezza sono molteplici e radicate nelle opposte visioni strategiche del conflitto.
Per l’Ucraina, accettare una simile zona potrebbe essere interpretato come una rinuncia de facto alla piena sovranità su un proprio territorio, un compromesso difficilmente accettabile per un paese che da anni lotta per la propria integrità territoriale. Zelensky ha sottolineato che, se si tratta di territorio ucraino, “dovrebbe essere governato dal Paese a cui appartiene”. Rimangono inoltre aperti interrogativi cruciali su chi dovrebbe governare e garantire la sicurezza in tale area.
Dal lato russo, la proposta potrebbe essere vista come insufficiente rispetto agli obiettivi strategici dichiarati all’inizio dell’invasione. Mosca ha sempre chiesto garanzie di sicurezza ben più ampie e il controllo su specifici territori, rendendo improbabile l’accettazione di una soluzione che non riconosca le sue conquiste sul campo.
Il Ruolo degli USA e il Silenzio del Cremlino
La proposta di Washington e l’ipotesi di ospitare i colloqui segnano un coinvolgimento più diretto degli Stati Uniti nel processo negoziale, un ruolo di mediazione attiva che ha mostrato segnali di ripresa negli ultimi mesi. Già in precedenza erano emerse indiscrezioni su un possibile vertice a Miami. Tuttavia, l’iniziativa si scontra con il muro di silenzio e le passate smentite del Cremlino. Fonti russe avevano infatti frenato sull’ipotesi di trattative negli Stati Uniti, pur confermando che un nuovo incontro si sarebbe tenuto “a breve”. Il portavoce Dmitry Peskov, pur definendo “costruttivi” i recenti scambi ad Abu Dhabi, aveva escluso gli USA come sede per i prossimi incontri.
Questa discrepanza tra l’apertura di Kiev e la freddezza di Mosca evidenzia la distanza che ancora separa le parti. Mentre l’Ucraina, sostenuta dall’Occidente, cerca di esplorare ogni via diplomatica, la Russia continua a legare qualsiasi progresso al raggiungimento dei propri obiettivi strategici sul terreno.
Un Percorso Negoziale Tortuoso
I negoziati per porre fine al conflitto sono in corso da tempo, ma hanno prodotto scarsi risultati concreti. Dopo i primi incontri nelle fasi iniziali della guerra, i canali di dialogo si sono in gran parte arenati, lasciando spazio quasi esclusivamente al linguaggio delle armi. Recentemente, si sono tenuti alcuni colloqui in formato trilaterale (Ucraina-Russia-USA) ad Abu Dhabi, definiti “costruttivi” ma senza scoperte risolutive.
La strada verso la pace appare ancora lunga e complessa. Le posizioni di fondo restano distanti: Kiev insiste sul ritiro delle truppe russe e sul ripristino della propria integrità territoriale, mentre Mosca esige il riconoscimento delle annessioni e garanzie di sicurezza a lungo termine. L’eventuale incontro di metà febbraio, se mai si terrà, rappresenterà un passaggio cruciale per comprendere se esista ancora un margine, per quanto stretto, per una soluzione politica e negoziata del conflitto.
