Città del Messico – Un dato allarmante, che getta un’ombra inquietante sui rapporti tra Messico e Stati Uniti nella lotta al crimine organizzato e che rischia di inasprire ulteriormente le tensioni legali già esistenti. Il generale Ricardo Trevilla Trejo, ministro della Difesa messicano, ha reso noto che quasi la metà delle munizioni di grosso calibro sequestrate ai cartelli della droga nel corso dell’attuale mandato presidenziale ha un’unica, specifica provenienza: gli stabilimenti della Lake City Army Ammunition Plant, situati nello stato del Missouri, USA. Si tratta, per la precisione, del 47% del totale, una percentuale che dimostra in modo inequivocabile come l’arsenale dei narcos sia costantemente alimentato dalla produzione industriale statunitense.
La notizia, emersa durante l’ultimo rapporto sulla sicurezza nazionale, ha avuto un’eco immediata, spingendo il governo guidato dalla presidente Claudia Sheinbaum a valutare un’azione legale ancora più incisiva. “Stiamo valutando se includere questo aspetto nella causa che il Governo del Messico ha in corso”, ha dichiarato la presidente, sottolineando la gravità della situazione. L’azienda in questione, pur essendo un’entità privata, produce armamenti destinati all’uso esclusivo dell’Esercito degli Stati Uniti, un dettaglio che rende la vicenda ancora più delicata e preoccupante. Come è possibile che munizioni militari finiscano in modo così massiccio nelle mani della criminalità organizzata messicana?
Un fiume di proiettili che alimenta la violenza
Le munizioni al centro dello scandalo non sono di tipo comune. Si parla in particolare di proiettili calibro .50, noti per la loro capacità di perforare blindature e utilizzati dai cartelli per attacchi di stampo militare, spesso contro le forze dell’ordine e veicoli corazzati. Secondo i dati forniti dal generale Trevilla Trejo, dal 2012 le autorità messicane hanno sequestrato ben 137.000 cartucce di questo calibro, e quasi la metà di esse è riconducibile alla fabbrica di Lake City. Questo flusso costante di munizioni ad alta potenza rappresenta un fattore determinante nell’escalation di violenza che affligge diverse regioni del Messico, trasformando quella che potrebbe sembrare una questione commerciale in una vera e propria crisi di sicurezza nazionale.
Le autorità messicane puntano il dito contro la negligenza nella catena di custodia e distribuzione, che permetterebbe a queste risorse belliche di attraversare il confine e armare i gruppi criminali. Ma il problema è ben più ampio. Il Segretario alla Difesa ha infatti precisato che, più in generale, circa il 77-78% di tutte le armi, sia lunghe che corte, sequestrate durante l’attuale amministrazione proviene dagli Stati Uniti. Un dato che conferma una tendenza già nota da tempo e che è alla base della battaglia legale che il Messico ha intrapreso da anni.
La causa legale contro i produttori di armi
Il Messico ha già avviato nel 2021 un’azione legale senza precedenti contro diversi grandi produttori di armi statunitensi, tra cui Smith & Wesson, Barrett Firearms, e Glock, chiedendo un risarcimento di 10 miliardi di dollari. L’accusa è quella di pratiche commerciali negligenti che facilitano il traffico illegale di armi verso il Messico. Sebbene la causa abbia affrontato un percorso legale complesso, con una prima reiezione poi ribaltata in appello, il governo messicano non ha mai smesso di perseguire la sua strategia.
Ora, con le nuove rivelazioni sulla provenienza delle munizioni, l’obiettivo è quello di estendere la responsabilità legale. Non più solo i fabbricanti di armi, ma anche chi produce e distribuisce le munizioni dovrà rispondere del loro impiego finale. L’amministrazione Sheinbaum intende fare piena luce su come sia possibile che proiettili destinati all’esercito più potente del mondo finiscano per alimentare una guerra non dichiarata a sud del confine.
Le implicazioni economiche e geopolitiche
La questione del traffico d’armi è una delle più spinose nell’agenda bilaterale tra Messico e Stati Uniti. Da un lato, Washington preme per un maggiore impegno messicano nel contrasto al narcotraffico. Dall’altro, Città del Messico denuncia come la violenza dei cartelli sia alimentata proprio dalla facilità con cui questi si procurano armi e munizioni di produzione statunitense. La criminalità organizzata rappresenta un costo enorme per l’economia messicana, stimato in circa il 18% del PIL nazionale, frenando investimenti e sviluppo.
La decisione di ampliare la causa legale potrebbe avere ripercussioni significative. Se da un lato rafforza la posizione del Messico nel chiedere maggiore cooperazione e controlli più severi, dall’altro potrebbe irrigidire i rapporti con l’industria delle armi statunitense e con alcuni settori della politica americana. La battaglia, dunque, non è solo legale, ma profondamente politica ed economica, e il suo esito potrebbe ridefinire le dinamiche della sicurezza nell’intera regione nordamericana.
