Un segno che si fa poesia, un colore che diventa racconto, una linea che traccia l’orizzonte di un’intera avanguardia. Roma celebra una delle sue figlie d’elezione, Bice Lazzari (Venezia, 1900 – Roma, 1981), con una grandiosa mostra antologica che ne consacra il ruolo di pioniera dell’astrattismo italiano e di figura centrale nel panorama artistico del XX secolo. Dal 10 febbraio al 3 maggio, le sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea si animano con “Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo”, un’esposizione monumentale che, attraverso oltre 200 opere, dipana il filo di una carriera straordinaria, un percorso di ricerca solitario ma mai isolato, che ha saputo dialogare con le correnti più innovative del suo tempo mantenendo una coerenza e un’autenticità inconfondibili.

Nata a Venezia all’alba di un nuovo secolo, Bice Lazzari ha attraversato il Novecento con la grazia di una funambola e la determinazione di una esploratrice. La mostra romana, curata da Renato Miracco in stretta collaborazione con l’Archivio Bice Lazzari, rappresenta la tappa più ricca e completa di un progetto espositivo che ha già affascinato il pubblico a Palazzo Citterio di Milano. L’allestimento capitolino è stato infatti arricchito da oltre ottanta lavori aggiuntivi, offrendo uno sguardo panoramico e approfondito su un’artista che, paradossalmente, ha ottenuto maggiori riconoscimenti a livello internazionale che in patria.

Un Viaggio Cronologico nell’Universo di Bice Lazzari

Il percorso espositivo si snoda seguendo un ordine cronologico e tematico, permettendo al visitatore di immergersi completamente nell’evoluzione stilistica e concettuale di Lazzari. Si parte dai primi lavori figurativi, ancora legati alla tradizione, per poi assistere alla folgorante svolta verso l’astrazione, che la vide firmare nel 1925 la prima opera astratta italiana, ‘Astrazione di una linea n.2’. Da quel momento, la sua ricerca non conoscerà sosta, esplorando con coraggio e originalità i territori dello Spazialismo, dell’Informale materico, fino a giungere alle rarefatte ed essenziali opere minimaliste degli ultimi anni, dominate da un segno quasi ascetico.

Una delle sezioni più affascinanti è quella dedicata alle sue opere “musicali”, dove il ritmo delle linee e la cadenza dei segni sembrano evocare partiture, tastiere di pianoforte o le onde di un sintetizzatore. Un legame, quello con la musica, che affonda le radici nella sua formazione giovanile presso il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, prima di iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Questo dialogo tra pittura e musica è una delle chiavi di lettura fondamentali per comprendere la sua poetica, basata su “armonia, poesia, segno e misura”, come sottolinea il curatore Miracco.

Oltre la Pittura: le Arti Applicate

La mostra ha il grande merito di sfatare la leggenda di un’artista solitaria e avulsa dal suo tempo, rivelandone invece la fitta rete di relazioni e collaborazioni. Fu amica di Afro e Alberto Burri, con cui condivideva l’interesse per il dominio sulla materia, e intrattenne rapporti con figure come Mimmo Rotella ed Emilio Villa. La sua casa romana in passeggiata di Ripetta divenne un crocevia di incontri e discussioni che animarono la scena culturale del Dopoguerra.

Un’intera sezione al piano rialzato, curata da Mariastella Margozzi, è dedicata a un ambito fondamentale e spesso trascurato della sua produzione: le arti applicate. Qui, circa 100 tra bozzetti e manufatti svelano la sua attività di designer ante litteram: cuscini, gioielli, decorazioni murali e, soprattutto, tessuti, realizzati anche per grandi nomi come Giò Ponti. Spiccano in questa sezione i due spettacolari arazzi progettati per la turbonave Raffaello, che testimoniano la sua capacità di coniugare la ricerca artistica con la grande committenza.

Un’Eredità da Riscoprire

“La Gnamc rende omaggio a un’artista di straordinaria rilevanza, che ha sperimentato con coraggio i diversi linguaggi del Dopoguerra, dando un contributo come donna e come protagonista allo sviluppo dell’arte Italiana”, ha dichiarato Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale. La mostra non è solo un tributo, ma anche un atto di giustizia storica verso un’artista la cui ricerca, così in anticipo sui tempi, ha reso difficile per la critica del passato incasellarla in uno specifico movimento.

L’esposizione è resa possibile anche grazie a prestigiosi prestiti da istituzioni come Ca’ Pesaro di Venezia, la Solomon R. Guggenheim Foundation di New York e il National Museum of Women in the Arts di Washington D.C. Un evento eccezionale è l’esposizione, per la prima volta, dell’opera che la storica direttrice della GNAM, Palma Bucarelli, scelse per la sua collezione personale, a testimonianza di un apprezzamento critico consolidato. Il lavoro instancabile dell’Archivio Bice Lazzari, fondato nel 1981 e diretto da Maria Isabella Barone, che ha catalogato oltre 3000 opere, è stato fondamentale per la realizzazione di questo progetto.

Visitare “Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo” significa intraprendere un viaggio in un universo intimo e parallelo, dove il segno genera visioni aperte e il colore si fa puro mezzo espressivo. Un’occasione imperdibile per riscoprire una figura iconica, una donna che, come sottolineato da studiose come Lea Vergine e Simona Weller, ha incarnato con la sua pratica quotidiana un femminismo del “fare” e del “ricercare”, aprendo la strada a generazioni di artiste future.

Di euterpe

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