TEL AVIV – Con una dichiarazione tanto netta quanto significativa, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha tracciato una linea invalicabile per Teheran. Intervistato dall’emittente israeliana Channel 12, ha affermato senza mezzi termini: “L’Iran non avrà armi nucleari né missili”. Questa presa di posizione giunge in un momento di altissima tensione e di ferventi attività diplomatiche, delineando chiaramente la postura dell’amministrazione americana nei confronti del programma nucleare e balistico della Repubblica Islamica.
Il Contesto: Negoziati in Vista e Pressioni Militari
Le parole di Trump non sono un fulmine a ciel sereno, ma si inseriscono in una strategia di “massima pressione” che combina l’apertura a un possibile dialogo con la minaccia di un’azione militare. Infatti, parallelamente alle dichiarazioni, fonti della Casa Bianca hanno confermato che si sta valutando l’invio di una seconda portaerei statunitense in Medio Oriente. Questa mossa, come dichiarato dallo stesso Trump ad Axios, servirebbe a rafforzare la posizione negoziale americana: “O faremo un accordo, oppure dovremo fare qualcosa di molto duro come l’ultima volta”, ha aggiunto, riferendosi ai raid condotti in passato contro siti nucleari iraniani.
Nonostante la retorica bellicosa, la via diplomatica non è affatto chiusa. Anzi, si attende a breve un nuovo round di colloqui tra Washington e Teheran, probabilmente mediato dall’Oman, che ha già facilitato incontri in passato. Lo stesso Trump si è detto fiducioso, affermando che l’Iran “vuole disperatamente un accordo” a causa della pressione militare ed economica. Dal canto suo, Teheran, pur difendendo il proprio diritto all’arricchimento dell’uranio, ha aperto a un’ipotesi di compromesso: il capo dell’agenzia nucleare iraniana, Mohammad Eslami, ha suggerito la possibilità di diluire l’uranio arricchito al 60% in cambio della totale revoca delle sanzioni.
Il Ruolo di Israele e l’Incontro Netanyahu-Trump
In questo delicato scacchiere, il ruolo di Israele è di primaria importanza. Il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si è recato a Washington per un incontro cruciale con il presidente Trump. L’obiettivo di Netanyahu è chiaro: assicurarsi che qualsiasi accordo con l’Iran sia rigido e onnicomprensivo, non limitandosi al solo programma nucleare ma includendo anche la questione dei missili balistici e il sostegno iraniano a gruppi militanti nella regione, come Hamas e Hezbollah.
Fonti israeliane hanno rivelato alla CNN che Netanyahu intende discutere con Trump anche di “possibili opzioni militari” qualora i negoziati dovessero fallire. Tel Aviv resta scettica sull’esito dei dialoghi e teme che un’intesa possa rivelarsi troppo “morbida”. Durante l’incontro, il premier israeliano presenterà a Trump nuove informazioni di intelligence sulle capacità militari iraniane, che secondo le stime di Israele, potrebbero tornare ai livelli pre-conflitto in poche settimane o mesi, con un arsenale di 1.800-2.000 missili balistici.
Un Complesso Ereditato: il JCPOA e la Strategia di Trump
La situazione attuale affonda le sue radici nella decisione dell’amministrazione Trump, durante il suo primo mandato, di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015. Quell’intesa, voluta dall’amministrazione Obama e firmata anche da Cina, Russia, Francia, Regno Unito, Germania e Unione Europea, prevedeva significative limitazioni al programma nucleare di Teheran in cambio della revoca delle sanzioni economiche.
Trump ha sempre definito il JCPOA “il peggiore accordo mai negoziato”, sostenendo che non fosse sufficiente a impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e non affrontasse altre questioni cruciali come il programma missilistico. La sua strategia, da allora, è stata quella di imporre nuove e più severe sanzioni per costringere l’Iran a negoziare un accordo “migliore”, che includa esplicitamente “niente nucleare, niente missili balistici”.
Questa politica ha portato a un’escalation delle tensioni, culminata in attacchi mirati a siti nucleari iraniani, che secondo Trump hanno “eliminato la loro capacità nucleare”. Ora, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, la questione iraniana è tornata prepotentemente al centro dell’agenda di politica estera, con un approccio che oscilla tra la minaccia militare e la ricerca di un “grande accordo”.
Le Prospettive Future: tra Diplomazia e Rischio di Escalation
Le prossime settimane saranno decisive per comprendere la direzione che prenderà la crisi iraniana. I colloqui in Oman rappresenteranno un test fondamentale per valutare la reale volontà delle parti di trovare un compromesso. Gli Stati Uniti, forti della loro pressione militare ed economica, puntano a un accordo che soddisfi le loro condizioni e quelle del loro principale alleato, Israele. L’Iran, dal canto suo, cerca una via d’uscita dall’isolamento e dalla crisi economica, ma non è disposta a cedere su quello che considera un suo diritto sovrano.
La comunità internazionale osserva con apprensione, consapevole che il fallimento della diplomazia potrebbe aprire le porte a uno scenario di conflitto aperto dalle conseguenze imprevedibili per la stabilità dell’intero Medio Oriente e per l’economia globale.
