NIZZA MONFERRATO (ASTI) – Emerge una verità ancora più agghiacciante nel femminicidio di Zoe Trinchero, la diciassettenne trovata senza vita in un canale a Nizza Monferrato, in provincia di Asti. Secondo i risultati preliminari dell’autopsia, la giovane era ancora viva quando è stata gettata nel rio Nizza. La sua morte non è stata causata direttamente dai pugni o da un tentativo di strangolamento, ma da un “trauma da precipitazione”, un trauma cranico fatale subito al momento della caduta nel corso d’acqua.
L’esame autoptico: una svolta nelle indagini
L’esame, eseguito dalla dottoressa Alessandra Cicchini, ha fornito un elemento cruciale per la ricostruzione della dinamica di quella tragica notte tra venerdì 6 e sabato 7 febbraio. Zoe, dopo essere stata violentemente picchiata da Alex Manna, diciannovenne che ha confessato il delitto, respirava ancora mentre veniva scaraventata da un’altezza di circa tre metri. Questo dettaglio aggrava ulteriormente la posizione del giovane, ora detenuto nel carcere di Alessandria, poiché apre la porta alla possibile contestazione dell’omissione di soccorso. Se Manna avesse chiamato i soccorsi, forse la vita di Zoe avrebbe potuto essere salvata.
La confessione e il tentativo di depistaggio
Alex Manna, amico della vittima, ha confessato l’omicidio dopo un lungo interrogatorio, ma la sua versione dei fatti presenta ancora dei punti oscuri che gli inquirenti stanno cercando di chiarire. Il movente, secondo quanto emerso, sarebbe legato a un rifiuto da parte di Zoe. Manna, che secondo gli amici aveva già tentato un approccio con la ragazza due settimane prima, avrebbe reagito con violenza all’ennesimo “no”. Nella sua confessione, il giovane ha ammesso di averla colpita: “Abbiamo discusso, le ho dato un pugno, forse più pugni, io facevo boxe. Non so perché. Comunque non l’ho buttata giù nel canale, l’ho solo lasciata cadere”.
Ancor più grave è il tentativo di depistaggio messo in atto da Manna subito dopo il delitto. In un primo momento, infatti, ha accusato del crimine un altro giovane del posto, un ragazzo di colore con problemi psichiatrici, che ha rischiato il linciaggio da parte di una folla inferocita istigata dalle false accuse. Manna ha persino partecipato alle ricerche di Zoe insieme agli amici, piangendo e disperandosi sul suo corpo una volta ritrovato, urlando: “È colpa mia che non l’ho salvata, l’ho lasciata da sola”. Un comportamento descritto dai testimoni come lucido, nonostante il pianto e il tremore.
Il profilo dell’aggressore e il contesto sociale
Dalle testimonianze degli amici emerge il ritratto di un giovane dal comportamento “ossessivo” e incline a scatti d’ira. Un’amica, ex fidanzata di Manna, ha raccontato di come fosse possessivo, non permettendole di parlare con nessuno o di vestirsi in determinati modi. Questo femminicidio ha scosso profondamente la comunità di Nizza Monferrato e ha riacceso il dibattito sulla violenza di genere e sulla necessità di un’educazione all’affettività e al rispetto, soprattutto tra i più giovani. Il sindaco, Simone Nosenzo, ha proclamato il lutto cittadino per il giorno dei funerali, mentre l’associazione “Non Una di Meno” ha organizzato una manifestazione di protesta.
Zoe Trinchero, che lavorava nel bar della stazione e sognava di diventare psicologa, era una ragazza solare e benvoluta da tutti. Stava anche intraprendendo un percorso di fede, preparandosi a ricevere il battesimo. La sua tragica morte lascia un vuoto incolmabile e solleva interrogativi urgenti sulla cultura patriarcale ancora radicata nella nostra società.
