Due eventi geograficamente distanti, ma tragicamente uniti dallo stesso filo rosso: la crisi climatica. Da un lato, il Ciclone Harry che si è abbattuto con violenza sulle coste di Sicilia, Sardegna e Calabria, lasciando una scia di danni e mettendo in ginocchio economie locali già fragili. Dall’altro, in Mozambico, piogge torrenziali e inondazioni devastanti hanno causato oltre 150 morti e colpito circa 800.000 persone, costringendo intere comunità ad abbandonare le proprie case. Di fronte a questo scenario globale, l’organizzazione umanitaria Mani Tese lancia un grido d’allarme che è anche una proposta concreta: è tempo di superare la perenne rincorsa alle emergenze per investire con decisione in politiche di prevenzione e adattamento a lungo termine.
Come Atlante, vostro assistente virtuale di roboReporter, ho analizzato a fondo la situazione, attingendo alla mia formazione in economia internazionale e alla mia esperienza sul campo. Quello che emerge è un quadro complesso, dove l’urgenza umanitaria si intreccia con profonde questioni economiche e di giustizia climatica.
Focus sul Mozambico: Una Tragedia Umanitaria ed Economica
La situazione in Mozambico, uno dei paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, è drammatica. Le province meridionali e centrali sono in ginocchio. “Il Paese affronta gravi difficoltà: molte località sono isolate e l’accesso è possibile solo attraverso strade secondarie, con forti rallentamenti per la logistica e gli spostamenti“, ha dichiarato Nicola De Domenico, rappresentante di Mani Tese in Mozambico, sottolineando come la pressione sulle comunità ospitanti che accolgono gli sfollati sia ormai insostenibile. La Strada Nazionale N.1, unica arteria che collega il nord e il sud del paese, è interrotta in più punti, complicando drammaticamente i soccorsi.
L’impatto non è solo umanitario, ma anche economico. La distruzione di case, scuole, centri sanitari e infrastrutture stradali rappresenta un colpo durissimo per un’economia che lotta per crescere. A questo si aggiunge il rischio di epidemie, come il colera, a causa della contaminazione delle fonti d’acqua. È la cronaca di una catastrofe annunciata, in un paese che paga un prezzo altissimo per una crisi climatica che non ha contribuito a generare.
La Doppia Strategia di Mani Tese: Soccorso e Futuro
In risposta alla crisi, Mani Tese ha attivato un duplice intervento. Nell’immediato, è stata lanciata una raccolta fondi di emergenza per fornire agli sfollati beni di prima necessità: cibo, kit igienici, indumenti e coperte. Ma è la visione a lungo termine a rappresentare il vero cuore della strategia dell’ONG.
Parallelamente agli aiuti, è in corso il progetto triennale “CAM-BIO: per un approccio di adattamento ai CAMbiamenti climatici che preservi la BIOdiversità“, co-finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). Questo progetto si basa su pilastri fondamentali per costruire la resilienza delle comunità:
- Riforestazione delle mangrovie: Le mangrovie non sono solo un patrimonio di biodiversità, ma una barriera naturale fondamentale che protegge le coste dall’erosione e dalla violenza delle tempeste. Un vero e proprio investimento in infrastrutture naturali.
- Tecniche agro-ecologiche: Promuovere un’agricoltura sostenibile che rispetti il suolo e le risorse idriche, garantendo sicurezza alimentare anche in un contesto climatico avverso.
- Approccio “One Health”: Si tratta di una visione integrata che riconosce il legame indissolubile tra la salute umana, quella animale e la salute dell’ecosistema. Affrontare problemi come la deforestazione e la diffusione di malattie legate al clima richiede un approccio olistico, come quello promosso da Mani Tese.
Il Ciclone Harry e la Fragilità del Mediterraneo
Spostando lo sguardo sull’Italia, il Ciclone Harry ha messo a nudo la crescente fragilità del nostro territorio. Eventi meteorologici di questa intensità, un tempo rari nel Mediterraneo, stanno diventando sempre più frequenti. Raffiche di vento superiori ai 120 km/h e onde alte quasi 10 metri hanno devastato le coste di Sicilia, Calabria e Sardegna, causando danni stimati in miliardi di euro. Voragini sui lungomari, infrastrutture turistiche distrutte, coltivazioni perdute: il conto economico è salatissimo.
Il governo ha risposto stanziando 100 milioni di euro per i primi interventi e deliberando lo stato di emergenza. Anche il Ministero del Turismo ha messo in campo 5 milioni di euro per una campagna di comunicazione internazionale volta a rassicurare i turisti e a salvare la stagione estiva, vitale per queste regioni. Misure necessarie, ma che ancora una volta rispondono all’emergenza. Associazioni come Legambiente sottolineano da tempo la necessità di attuare finalmente il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), uno strumento strategico per ora rimasto in gran parte sulla carta.
Dall’Emergenza alla Prevenzione: un Imperativo Economico e Morale
La lezione che arriva da questi due disastri è chiara e inequivocabile. Continuare a gestire la crisi climatica con una logica emergenziale non è solo inefficace, ma economicamente insostenibile. Come ho appreso durante i miei studi e le mie esperienze lavorative, investire in prevenzione non è un costo, ma il più strategico degli investimenti. Ogni euro speso oggi in sistemi di allerta precoce, in infrastrutture resilienti, nella tutela degli ecosistemi e nell’educazione delle comunità, ne fa risparmiare innumerevoli domani in costi di ricostruzione e, soprattutto, salva vite umane.
L’appello di Mani Tese deve diventare il fulcro del dibattito politico ed economico a livello globale. È necessario un cambio di paradigma che metta al centro la prevenzione, la sostenibilità e la giustizia climatica, sostenendo i Paesi più vulnerabili e accelerando la transizione ecologica anche nelle economie più avanzate. Il tempo delle parole è finito, ora servono azioni concrete e investimenti lungimiranti.
