Roma – Un colpo di scena istituzionale rischia di infiammare ulteriormente la campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia. L’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione ha accolto la richiesta di riformulazione del quesito referendario, ma il Consiglio dei Ministri ha deciso di confermare la data del voto per il 22 e 23 marzo. Una decisione che crea un precedente nella storia repubblicana italiana e che apre a un potenziale scontro istituzionale, con il Comitato promotore che non esclude un ricorso alla Corte Costituzionale.

La Riformulazione del Quesito: Più Chiarezza per gli Elettori

Il nodo della questione risiede nella modifica del testo che gli italiani troveranno sulla scheda elettorale. Su istanza dei 15 giuristi promotori della raccolta di 500mila firme, la Cassazione ha disposto l’integrazione del quesito originario. Se prima si chiedeva semplicemente di approvare o respingere la legge costituzionale su “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, ora il testo dovrà esplicitare quali articoli della Costituzione verrebbero modificati.

La nuova formulazione, quindi, recita: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?’“. Una modifica richiesta per garantire, secondo i promotori, maggiore trasparenza e consapevolezza agli elettori su una riforma che potrebbe avere “una ricaduta negativa sull’equilibrio dei poteri dello Stato e sulla giustizia”.

Governo Tira Dritto: Voto Confermato, ma il Caso è Inedito

Nonostante l’ordinanza della Cassazione, che nel dispositivo specificava come “venuto meno il quesito enunciato” in precedenza, il Governo ha scelto la linea della fermezza. In un Consiglio dei Ministri tenutosi il 7 febbraio, l’esecutivo ha deliberato di “precisare” il testo del quesito senza però indire un nuovo referendum. La data, dunque, resta fissata per il 22 e 23 marzo. La mossa è stata giustificata come un adeguamento tecnico e non sostanziale, volto a recepire l’indicazione dei giudici senza alterare l’oggetto della consultazione. Anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto di “precisazione” del quesito, una soluzione definita da fonti del Quirinale come “giuridicamente più corretta”.

Si tratta, tuttavia, di una situazione senza precedenti: mai prima d’ora un quesito referendario era stato modificato a campagna elettorale già in corso senza un nuovo decreto di indizione. Questo ha scatenato un acceso dibattito giuridico e politico.

Il Parere degli Esperti: Costituzionalisti Divisi

La comunità dei giuristi è spaccata sull’interpretazione della vicenda e sulle sue possibili conseguenze. Le opinioni sono diametralmente opposte:

  • Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato, sostiene che la data non dovrebbe cambiare. A suo avviso, il referendum è già stato indetto con decreto e si tratterebbe solo di un aggiornamento del quesito, che non necessita di un nuovo atto formale che posticipi il voto.
  • Michele Ainis, professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico, è di parere contrario. Per Ainis, se la Cassazione ha ritenuto necessario rimodulare il quesito, “non c’è dubbio che slitti la data delle votazioni, perché quella data è incorporata nel decreto”. Egli ritiene che, in caso di mancato slittamento, i promotori potrebbero sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.
  • Antonio Baldassare, presidente emerito della Corte Costituzionale, si schiera per il mantenimento della data. Ricordando un caso simile in cui un ricorso dei radicali fu respinto, ritiene che la modifica sia “formale ed esteriore” e non sostanziale, richiedendo quindi solo un decreto integrativo e non un nuovo decreto di indizione.

Lo Spettro del Conflitto di Attribuzione

Con la decisione del Governo, la palla passa ora ai promotori del referendum, i quali si erano detti “fiduciosi” in una nuova calendarizzazione. L’ipotesi più concreta, ora, è quella di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato da sollevare davanti alla Corte Costituzionale. I promotori, in quanto rappresentanti dei cittadini firmatari, potrebbero sostenere che la decisione del Governo di non posticipare il voto leda le loro attribuzioni costituzionali, comprimendo i tempi per una campagna informativa basata sul nuovo quesito. La Corte sarebbe quindi chiamata a dirimere una controversia delicatissima, il cui esito potrebbe ancora rimettere in discussione il calendario referendario.

Sul piano politico, la vicenda ha inasprito i toni. Le opposizioni accusano il governo di “prepotenza istituzionale”, mentre alcuni esponenti della maggioranza vedono nella mossa della Cassazione un tentativo di favorire il fronte del “No”, concedendo più tempo per la campagna. Quel che è certo è che le prossime settimane saranno cruciali per capire se gli italiani saranno chiamati alle urne a marzo, o se questo inedito scontro istituzionale porterà a un rinvio della consultazione.

Di veritas

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