Roma – Si chiude con un colpo di spugna, letteralmente, il caso che per giorni ha acceso i riflettori sulla storica basilica di San Lorenzo in Lucina, nel cuore della Capitale. Il volto di un angelo, che a seguito di un restauro aveva assunto le sembianze sorprendentemente simili a quelle della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stato rimosso. A confermare la decisione è stato il parroco della basilica, monsignor Daniele Micheletti, che ha spiegato le ragioni di una scelta diventata inevitabile.
LA DECISIONE DEL PARROCO: “ERA DIVISIVO E UNA DISTRAZIONE DALLA PREGHIERA”
La motivazione principale dietro la rimozione del controverso dipinto risiede nella sua natura “divisiva”, come sottolineato da monsignor Micheletti. “Ho sempre detto che se fosse stato divisivo lo avremmo fatto”, ha dichiarato il parroco. La polemica, nata quasi per caso e amplificata dai media e dai social network, aveva trasformato la cappella del Crocifisso in una meta di pellegrinaggio laico. “C’era una processione di persone che venivano per vederlo non per ascoltare la messa o pregare… non era possibile”, ha aggiunto il religioso, evidenziando come l’opera avesse snaturato la funzione del luogo sacro, diventando un’attrazione turistica piuttosto che un invito alla devozione. La decisione è stata presa in accordo con il Vicariato, che aveva preso le distanze dall’iniziativa del restauratore.
L’INTERVENTO DEL RESTAURATORE E L’AMMISSIONE
L’autore del restauro, Bruno Valentinetti, un decoratore volontario di 83 anni, dopo aver inizialmente negato ogni riferimento alla premier, ha infine ammesso la somiglianza. “Va bene, era Meloni, ma sulla falsa riga del dipinto che c’era prima”, ha dichiarato, spiegando di aver agito su indicazione del Vaticano per la rimozione. L’intervento, definito “un’iniziativa del decoratore non comunicata agli organismi competenti”, aveva sollevato interrogativi sulla gestione e la supervisione dei restauri all’interno dei luoghi di culto. Il Vicariato di Roma aveva precisato che, sebbene un’azione di restauro fosse nota dal 2023, questa doveva avvenire “senza nulla modificare o aggiungere” all’affresco, che risale al 2000.
LE REAZIONI E L’INTERVENTO DELLE ISTITUZIONI
La vicenda ha suscitato un ampio dibattito, coinvolgendo non solo l’opinione pubblica ma anche le istituzioni. Il cardinale Baldo Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma, aveva espresso amarezza per l’accaduto, sottolineando che “le immagini d’arte sacra e della tradizione cristiana non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni”. Anche il Ministero della Cultura, tramite la Soprintendenza Speciale di Roma, si è mosso per fare chiarezza, avviando ricerche d’archivio per individuare il disegno originale dell’affresco e valutare eventuali violazioni procedurali. Qualsiasi futuro intervento di ripristino dovrà ora seguire un iter autorizzativo preciso, coinvolgendo il Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, il Vicariato e la stessa Soprintendenza.
UN CASO CHE INTERSECA ARTE, FEDE E POLITICA
Il caso dell’ “angelo Meloni” a San Lorenzo in Lucina si è trasformato in un curioso episodio di cronaca che intreccia arte sacra, devozione popolare e attualità politica. La basilica, situata a pochi passi dai palazzi del potere, è diventata per alcuni giorni il simbolo di come la contemporaneità possa irrompere in contesti tradizionali, generando dibattiti e riflessioni. Se da un lato l’episodio ha generato polemiche sulla strumentalizzazione di un luogo sacro, dall’altro ha innescato una discussione più ampia sulla libertà artistica e sui confini dell’intervento di restauro. Ora, con la rimozione del volto, la basilica di San Lorenzo in Lucina cerca di ritrovare la sua dimensione spirituale, lasciandosi alle spalle una vicenda che, per quanto curiosa, ha rischiato di oscurare il suo inestimabile patrimonio artistico e religioso.
