La partita sul referendum confermativo della riforma della Giustizia si arricchisce di un nuovo, cruciale capitolo. Nella giornata di ieri, la Corte di Cassazione ha emesso un’ordinanza che accoglie la richiesta di modifica del quesito referendario, presentata da un comitato di 15 giuristi promotori di una raccolta firme che ha superato le 500.000 adesioni. Tuttavia, la reazione del Governo non si è fatta attendere: al termine di un Consiglio dei Ministri convocato d’urgenza, l’esecutivo ha deciso di integrare il quesito come indicato dalla Suprema Corte, ma di confermare la data del voto per il 22 e 23 marzo. Una decisione che apre a scenari di potenziale conflitto istituzionale, con i promotori che non escludono un ricorso alla Corte Costituzionale.

La decisione della Cassazione: un quesito più trasparente

Il cuore della vicenda risiede nella formulazione della domanda da sottoporre agli elettori. Il comitato dei 15 giuristi, guidato dall’avvocato Carlo Guglielmi, aveva sollevato la necessità di rendere il quesito più esplicito e trasparente. La versione originaria, scaturita dalle richieste parlamentari, si limitava a chiedere l’approvazione del testo di legge senza specificare quali articoli della Costituzione sarebbero stati modificati. La nuova formulazione, ora accolta dalla Cassazione, obbliga a indicare esplicitamente nel testo referendario le norme costituzionali oggetto della riforma, ovvero gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Secondo i giudici della Suprema Corte e i promotori, questa precisazione è fondamentale per garantire un voto consapevole da parte dei cittadini, in adempimento a quanto previsto dalla legge 352 del 1970.

La Cassazione ha sottolineato che si tratta della prima volta in cui si è trovata a decidere sull’ammissione di una richiesta di referendum confermativo presentata da cittadini elettori dopo averne già ammesse altre di origine parlamentare, creando un precedente di notevole rilevanza giuridica.

La reazione del Governo: data confermata, scontro in vista

Di fronte all’ordinanza della Cassazione, il Governo si è trovato a un bivio: recepire la modifica e fissare una nuova data, o integrare il quesito mantenendo il calendario invariato. La scelta è ricaduta sulla seconda opzione. Il Consiglio dei Ministri ha deliberato di “precisare” il quesito referendario, recependo le indicazioni della Suprema Corte, ma confermando le date del 22 e 23 marzo. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha successivamente firmato il decreto presidenziale che formalizza tale decisione.

Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, aveva anticipato in un’intervista che un’eventuale integrazione del quesito non avrebbe dovuto necessariamente comportare uno slittamento del voto, o al massimo un rinvio di poche settimane. La linea del Governo è stata quella di considerare la modifica un atto tecnico e non sostanziale, tale da non inficiare il processo elettorale già avviato.

La posizione dei promotori: “Pronti al ricorso”

La decisione dell’esecutivo ha suscitato l’immediata reazione del comitato promotore. I 15 giuristi si sono detti “fiduciosi” in una riconsiderazione da parte del Governo, ma hanno chiarito che, in caso contrario, valuteranno un ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione. Il nodo della questione, secondo i promotori, è il rispetto dei tempi della campagna referendaria. La legge prevede un periodo di 50-70 giorni tra l’indizione del referendum e la data del voto. Con un quesito nuovo, sostengono, la campagna elettorale dovrebbe ripartire da capo per garantire una corretta informazione ai cittadini. Mantenere la data del 22-23 marzo, a loro avviso, violerebbe questo principio costituzionale.

L’attesa è ora per le prossime mosse. Se il Governo manterrà la sua posizione, la palla passerà inevitabilmente alla Consulta, che sarà chiamata a dirimere una questione giuridica e politica di altissima tensione, con possibili ripercussioni sulla tenuta del calendario istituzionale.

Di veritas

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